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Sul Karma - Rāmaṇa Mahārṣi

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cielo
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Sul Karma - Rāmaṇa Mahārṣi

Messaggio da cielo » 29/04/2018, 14:24

Karma e libero arbitrio

L'essenza del karma è di conoscere la verità di sé stessi indagando: “Chi sono io, l'agente, che inizia a produrre karma?”.
Finché l'agente del karma, l'ego, non viene annientato attraverso l'indagine, la pace perfetta della beatitudine suprema, che è il risultato del karma yoga, non può essere raggiunta
.

(Muruganar, Guru Vachaka Kovai, v. 703)


La teoria del karma è comune a molte religioni orientali. Nella sua forma più popolare afferma che c'è un sistema universale di contabilità in cui ciascun individuo deve sperimentare le conseguenze di tutte le sue azioni (karma); le buone azioni portano buoni risultati e le cattive azioni si risolvono inevitabilmente in sofferenza per chi le compie. La teoria afferma poi che le conseguenze delle azioni (conosciute anche come karma) non devono essere sperimentate necessariamente nella vita presente, ma possono essere trasportate nelle vite future. A causa di ciò, sono state postulate molte sottodivisioni del karma.
La seguente classificazione, che fu usata da Sri Ramana, è comune a molte scuole di pensiero:

1. Saṃcita karma. Il deposito dei debiti karmici accumulati in nascite precedenti.

2. Prārabdha karma. La parte del proprio saṃcita karma che deve essere esaurita nella vita presente. Poiché la legge del karma implica il determinismo nelle attività umane, il prārabdha spesso viene tradotto come destino.

3. Āgāmi karma. Il nuovo karma accumulato nella vita presente che verrà sperimentato nelle vite future. [è il "karma futuro", rappresenta l'effetto dell'azione che sarà eventualmente compiuta in futuro e che quindi può essere evitato. Cfṛ Vivekacūḍamaṇi]

Sri Ramana accettò la validità delle leggi del karma, ma disse che erano applicabili solo fino a quando una persona immaginava di essere separata dal Sé. A questo livello, (livello dell'ajñāna [non conoscenza del Sè]), egli disse che gli individui attraverseranno una serie di avvenimenti e di esperienze preordinate, che sono tutte conseguenza di azioni e pensieri precedenti.
Occasionalmente egli disse persino che ogni atto ed esperienza di una persona sono determinate alla nascita e che la sola libertà che si possiede è quella di realizzare che non c'è nessuno che agisce e nessuno che sperimenta.
Comunque, una volta che si realizza il Sé, non c'è più nessuno a sperimentare le conseguenze delle azioni e così l'intera struttura delle leggi karmiche diventa superflua.

Sri Ramana considerava la legge del karma come una manifestazione della volontà di Dio. Egli disse che prima della realizzazione del Sé c'è un Dio personale, Īśvara, che controlla il destino di ogni persona. E' Īśvara che seleziona la sequenza di attività che ogni persona deve sperimentare durante la vita. Non si può sfuggire alla giurisdizione di Īśvara mentre ci si identifica ancora con le attività del corpo. Il solo modo per diventare liberi dalla sua autorità è quello di trascendere completamente il karma realizzando il Sé.

(Dall'Introduzione di David Godman al cap. 21 di "Sii ciò che sei", Ed. Il Punto d'Incontro)

Sul Karma

D: E' possibile sopraffare, mentre ancora esiste il corpo, il prārabdha karma [il karma maturato] che si dice duri fino alla fine del corpo?

R: Sì. Se l'agente da cui dipende il karma, cioè l'ego, che è venuto in esistenza fra il corpo e il Sé, si fonde nella sua sorgente e perde la sua forma, come può sopravvivere il karma che dipende da esso? Quando non c'è "io", non c'è karma.

D: Si dice che il prārabdha karma è solo una piccola frazione del karma accumulato in vite precedenti. E' vero?

R: Una persona potrebbe avere messo in moto molto karma nelle sue nascite precedenti, ma solo una parte sarà scelta per questa nascita ed egli dovrà gioirne i frutti in questa vita. E' qualcosa che assomiglia a una proiezione di diapositive, dove l'operatore seleziona alcune diapositive da mostrare in un primo tempo, riservando le altre per un'altra proiezione. Tutto questo karma può essere distrutto acquisendo la conoscenza del Sé.
I differenti karma sono le diapositive, karma che derivano dalle esperienze passate, e la mente è il proiettore. Dev'essere distrutto il proiettore così non ci sarà un ulteriore riflesso e nessuna ulteriore nascita o morte.

D: Chi è l'operatore? Qual è il meccanismo che seleziona una piccola parte del saṁcita karma [il karma accumulato in passato e non ancora maturato] e quindi decide che sarà sperimentato come prārabdha karma?

R: Gli individui devono soffrire i loro karma, ma Īśvara fa in modo di trarre il meglio dei loro karma per il suo scopo. Dio manipola i frutti del karma, ma non vi aggiunge, né toglie nulla.
Il subconscio dell'indivduo è un magazzino di karma buono e cattivo. Alla nascita di ciascuna personaĪśvara sceglie da questo magazzino ciò che secondo lui sarà più utile all'evoluzione spirituale, che sia piacevole o doloroso.
Così non c'è nulla di arbitrario.

D: Nell'Upadeśa śaram dici che il karma porta frutto per ordine di Dio (karta [il kartavyakarman è il "karma che deve essere compiuto", l'azione che in conformità al proprio dharma, dev'essere prima o poi compiuta]. Ciò significa che raccogliamo le conseguenze del karma solo perché Dio lo vuole?

R: In questo verso, karta significa Īśvara. E' colui che distribuisce i frutti delle azioni a ogni persona secondo il suo karma. Ciò significa che egli è il Brahman manifesto. Il Brahman reale è immanifesto e senza moto. E' solo il Brahman manifesto che viene chiamato Īśvara. Egli dà il frutto a ogni persona secondo le sue azioni (karma). Vale a dire che Īśvara è solo un agente e che distribuisce la paga secondo il lavoro fatto. Questo è tutto. Senza questa śakti (potere di Īśvara), questo karma non avverrebbe. Questo è il motivo per cui si dice che il karma di per sé è inerte.

D: Le esperienze presenti sono il risultato del karma passato. Se conosciamo gli errori commessi in precedenza, possiamo correggerli.

R: Se un errore viene corretto, permane tuttavia l'intero saṃcita karma delle nascite precedenti che ti darà innumerevoli nascite. Quindi questo non è il modo. Più poti una pianta, più vigorosamente essa cresce. Più correggi il tuo karma, più si accumula. Scopri la radice del karma e tagliala.

D: La teoria del karma significa che il mondo è il risultato di azione e reazione? Se è così, azione e reazione di che cosa?

R: Fino alla realizzazione ci sarà karma, cioè azione e reazione, mentre dopo la realizzazione non ci saranno né karma, né mondo.

D: Se io non sono il corpo, perché sono responsabile delle conseguenze delle mie azioni buone o cattive?

R: Se non sei il corpo e non hai l'idea “Io sono colui che agisce”, le conseguenze delle tue azioni buone o cattive non ti influenzeranno. Perché, a proposito delle azioni che il corpo esegue, dici: “Io faccio questo” oppure: “Io faccio quello”?
Finché ti identifichi con il corpo, sei influenzato dalle conseguenze delle tue azioni, cioè, mentre ti identifichi con il corpo accumuli il karma buono e cattivo.

D: Ma poiché non sono il corpo, non sono realmente responsabile delle conseguenze delle azioni buone o cattive.

R: Se non lo sei, perché ti preoccupi della cosa?

[...]

D: Le persone possono cancellare le conseguenze delle loro cattive azioni recitando mantra e facendo japa [ripetizione costante di un bija o mantra] o dovranno sperimentarle comunque?

R: Se il sentimento: “Io sto facendo japa”, non è presente, le cattive azioni commesse da un indivduo non lo toccheranno. Se il sentimento: “Io sto facendo japa” è presente, persisteranno le conseguenze delle cattive azioni.

D: Il puṇya (merito accumulato da azioni virtuose) non estingue il pāpa (demerito accumulato da azioni peccaminose)?

R: Finché è presente il sentimento: “Io sto facendo”, si deve sperimentare il risultato delle proprie azioni, che siano buone o cattive. Com'è possibile cancellare un'azione con un'altra? Quando il sentimento: “Io sto facendo” viene perduto, nulla influenza un individuo. Finché non si realizza il Sé, il sentimento: “Io sto facendo” non svanirà mai. Per chi realizza il Sé, dov'è la necessità di fare japa?
Dov'è la necessità del tapas [calore ascetico, austerità]? A causa della forza del prārabdha la vita continua, ma colui che ha realizzato il Sé non desidera nulla.
Il prārabdha karma è di tre categorie: icchā, anicchā e parecchā (desiderato personalmente, senza desiderio, causato dai desideri altrui). Per colui che ha realizzato il Sé, non c'è icchā prārabdha, ma rimangono gli altri due, anicchā e parecchā. Qualunque cosa faccia uno jñānin, è sempre per il bene degli altri. Se ci sono cose che debbono essere fatte da lui per gli altri, egli le fa, ma i risultati non lo influenzano. Qualunque siano le azioni che tali persone compiono, non ci sono puṇya, né pāpa [meriti e demeriti] attaccati a esse. Fanno solo ciò che è appropriato secondo il metodo che è accettato dal mondo – null'altro.
Coloro che sanno che ciò che devono sperimentare in questa vita è soltanto ciò che è già stato destinato nel loro prārabdha non si sentiranno mai turbati da quello che deve essere sperimentato. Sappi che tutte le esperienze di un individuo gli saranno imposte, che lo voglia o meno.

D: La persona realizzata non ha karma residuo. Non è vincolato dal suo karma. Perché dovrebbe rimanere all'interno del suo corpo?

R: Chi pone questa domanda? E' la persona realizzata o l'ajñānin? Perché dovresti preoccuparti di ciò che fa lo jñānin o del perché non fa nulla? Preoccupati di te stesso.
Ora hai l'impressione di essere il corpo. Così pensi che anche lo jñānin abbia un corpo. Lo jñānin dice di avere un corpo? Può sembrarti che abbia un corpo e può sembrare che faccia delle cose con il corpo, come fanno gli altri, ma lui stesso sa di essere incorporeo. La corda bruciata sembra ancora una corda, ma non può servire come corda se cerchi di legare qualcosa con essa.
Uno jñānin è così – può sembrare come gli altri, ma si tratta solo di un'apparenza esterna. Finché ci si identifica con il corpo, tutto ciò è difficile da comprendere. Questo è il motivo per cui in risposta a tali domande a volte è detto: “Il corpo dello jñānin continuerà finché la forza del prārabdha si esaurirà e cadrà dopo che il prārabdha sarà esaurito”.
Un esempio che viene usato in questo contesto è quello di una freccia già scoccata che continuerà ad avanzare e colpirà il suo obiettivo. Ma la verità è che lo jñānin ha trasceso tutti i karma, incluso il prārabdha karma, e non è vincolato dal corpo e dai suoi karma.
Non esiste nemmeno uno iota di prārabdha per coloro che si occupano ininterrottamente dello spazio della coscienza, che risplende sempre come “Io sono”, che non è confinato nel vasto spazio fisico e che pervade tutto senza limitazioni. Solo questo è il significato dell'antico detto: “Non c'è destino per coloro che raggiungono e sperimentano i cieli”.

D: Se una cosa mi giunge senza nessuna pianificazione o senza aver lavorato per essa e io ne fruisco, non ci saranno cattive conseguenze per questo?

R: Non è così. Ogni atto deve avere le sue conseguenze. Se qualcosa viene spontaneamente a causa del prārabdha, non puoi far nulla. Se prendi ciò che viene, senza alcun particolare attaccamento, senza alcun desiderio di averne di più o di una sua ripetizione, non ti danneggerà portando a ulteriori nascite. D'altra parte, se ne gioisci con grande attaccamento e naturalmente ne desideri di più, questo ti condurrà a ulteriori nascite.

[...]
Sul Libero Arbitrio

D: Si dice che il presente sia dovuto al karma passato. Possiamo ora trascendere il karma passato con l'aiuto della nostra libera volontà?

R: Guarda cos'è il presente. Se farai questo comprenderai ciò che ha un passato e un futuro o ciò che ne è influenzato, ciò che è sempre presente e sempre libero e ciò che rimane inalterato dal passato e dal futuro e da qualunque karma passato.

D: Esiste qualcosa di simile al libero arbitrio?

R: Libero arbitrio di chi? Finché c'è il senso della paternità dell'azione, c'è il senso del godimento e della volontà individuale. Ma se questo senso viene perduto attraverso la pratica di vicāra [l'autoindagine], la volontà divina agirà e guiderà il corso degli eventi. Il fato è sopraffatto da jñāna, la conoscenza del Sé, che è al di là della volontà e del fato.

D: Posso comprendere che i più importanti eventi nella vita di un uomo, come il suo paese, la nazionalità, la famiglia, la carriera e la professione, il matrimonio, la morte, siano tutti predestinati dal suo karma, ma può essere che tutti i dettagli della sua vita, sino al più minuscolo, siano già stati determinati?
Ora, per esempio, poso qui sul pavimento questo ventaglio che è nella mia mano. Può darsi fosse già deciso che nel tal giorno, alla tal ora, avrei dovuto muovere il ventaglio e posarlo qui?

R: Certamente. Qualunque cosa faccia questo corpo e qualunque esperienza debba attraversare, era già deciso quando venne in esistenza.

D: Che cosa accade allora alla libertà dell'uomo e alla responsabilità delle sue azioni?

R: La sola libertà che ha l'uomo è quella di sforzarsi di acquisire jñāna, che lo metterà in grado di non identificarsi con il corpo. Il corpo passerà attraverso le azioni rese inevitabili dal prārabdha e una persona è libera di identificarsi con il corpo e di essere attaccata ai frutti delle sue azioni o di essere distaccato da esse ed essere un semplice testimone delle sue attività.

D: Così il libero arbitrio è un mito?

R: Il libero arbitrio ha valore solo in associazione all'individualità. Finché dura l'individualità c'è libero arbitrio. Tutte le scritture si basano su questo fatto ed esse consigliano di dirigere il libero arbitrio nella giusta direzione.
Scopri a chi importano il libero arbitrio o il destino. Scopri da dove vengono e dimora nella loro sorgente. Se fai questo, entrambi vengono trascesi.
Questo è il solo scopo per discutere di queste cose. A chi sorgono queste domande? Scoprilo e sii in pace.

D: Se ciò che è destinato ad accadere accadrà, c'è qualche utilità nella preghiera o nello sforzo? O dovremmo semplicemente rimanere oziosi?

R: Ci sono soltanto due modi per conquistare il destino o esserne indipendenti.
Il primo è indagare di chi è questo destino, scoprire che non il Sé, ma soltanto l'ego è vincolato dal destino e che l'ego è non esistente.
L'altro modo è di uccidere l'ego abbandonandosi completamente al Signore, realizzando la propria impotenza e ripetendo continuamente: “Non io ma tu, o Signore”, abbandonando ogni senso di “io” e “mio” e lasciando che il Signore faccia di te ciò che preferisce.
L'abbandono non può mai essere considerato completo fino a che il devoto vuole questo o quello dal Signore. Il vero abbandono è amore di Dio per amore dell'amore e null'altro, nemmeno per amore della liberazione. In altre parole, per conquistare il destino è necessaria la completa distruzione dell'ego, sia che tu raggiunga questa distruzione attraverso l'autoindagine o attraverso il bhakti marga [la via della devozione].

(Da "Sii ciò che sei", a cura di David Godman, cap. 21, pp. 256-264. Ed. Il Punto d'Incontro)

Note esplicative e correzioni (sanscrito e linguaggio di genere) sono nostre.


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