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A proposito di Dharma...

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cannaminor
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A proposito di Dharma...

Messaggio da cannaminor » 01/02/2018, 9:30

«Meglio il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto, che il dharma degli altri, anche se perfettamente compiuto. È preferibile morire adempiendo il proprio dharma ché quello di un altro produce danno» (*)

A prima vista questo sutra potrebbe apparire sconcertante perché propone il disconoscimento delle necessità altrui per concentrare l’attenzione su di sé. Potrebbe sembrare un incitamento all’egoismo.

Prima di tutto cerchiamo di capire ciò che significa la parola dharma. In termini generali, designa un “modo di essere”, la natura propria dell’operare conforme allo stato coscienziale; sotto altre prospettive il dharma è quella legge che la Divinità impone a se stessa. Anche per Platone l’Essere-Uno si manifesta nel mondo come “norma” e “misura”. L’Unità nel suo rapporto col mondo è suprema misura di essere.

Nel nostro caso specifico è il dovere-legge che l’individuo deve adempiere per essere in armonia con lo scopo della propria incarnazione e in armonia con il contesto in cui la sua azione deve espletarsi.

Si può tener presente che il jīva-anima prima di incarnarsi ha già prescelto le linee generali di attuazione, pressato naturalmente dai guna. Così, il sūtra raccomanda di assolvere precipuamente il proprio dharma per evitare di venir meno agli impegni assunti a suo tempo. Ma ciò implica che non dovremo interessarci degli altri? Non proprio. Il sūtra è diretto principalmente a quei discepoli estrovertiti e condizionati dall’attivismo che sogliono persino sostituirsi all’agire degli altri.

Ogni ente incarnato ha un suo karma e un suo dharma; vale a dire, ha il dovere di assolvere il suo karma, e nessuno dovrebbe distoglierlo dalla sua responsabilità perché ne va di mezzo la sua stessa crescita. L’aiuto che si può dare è quello di favorire lo sviluppo della persona; se invece non si opera conformemente al giusto rapporto e intelligentemente si può persino arrecare danno al risveglio dell’altrui coscienza.

Il dharma di uno studente, per esempio, è quello di studiare, essere diligente nelle frequenze scolastiche, sviluppare la mente, l’intuizione, la volontà, ecc.; ora, se una persona si sostituisce allo studente nello svolgimento del suo operare otterremo:

1. L’abbandono del nostro dharma.

2. La non crescita dello studente.

3. Un non giusto rapporto con la società perché un domani le offriremo un individuo impreparato.

Una cosa è aiutare una persona a svolgere il proprio dharma, soprattutto se ha un karma pesante, e una cosa è sottrargli non solo la responsabilità, ma persino l’azione stessa del suo karma-dharma.

È inevitabile che la risoluzione di tale condizione presuppone due cose:

1. Dominio delle proprie energie qualificate dal rajas che tendono a sopraffare.

2. Controllo del sentimento per evitare che sfoci nel sentimentalismo, e quindi nella debolezza.

Aiutare gli altri è imperativo del nostro stesso dharma, ma la misura che dobbiamo avere nel compiere l’azione dev’essere valutata e sottoposta alla facoltà dell’intelligenza. Aiutare gli altri è molto difficile, più di quanto si possa pensare, e spesso operiamo con leggerezza; noi generalmente offriamo risposte già confezionate per cui, senza volerlo, imponiamo le nostre convinzioni e la nostra modalità operativa.

Comprendere la maieutica socratica e poterla applicare sarebbe una cosa ottimale, ma purtroppo siamo sempre impulsati a elargire consigli anche quando non sono richiesti. Il sutra ci suggerisce che l’azione potrebbe produrre del danno persino a noi stessi che ci siamo messi in condizione di voler per forza assolvere il dharma di un’altra persona, anziché semplicemente favorirla e agevolarla, liberi totalmente dal giuoco attrattivo-repulsivo.

Meglio dunque compiere il nostro dharma, anche se con errori, piuttosto che quello di altri, anche se in modo esemplare.

(*) Bhagavadgitā: III, 35. Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael. Edizioni Āśram Vidyā, Roma.

Articolo tratto da "Fuoco di Ascesi" Raphael, per le Edizioni Asram Vidya (ora Parmenides), pag 47-49

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cannaminor
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Re: A proposito di Dharma...

Messaggio da cannaminor » 02/02/2018, 9:56

(tratto da La Filosofia dell'Essere, ora Quale Democrazia? Raphael, pag 69-71)

Bene, andiamo oltre. L'altra questione verte su che cosa si fonda la società dell'Essere. Diremo: sull'Essere. Secondo la Visione tradizionale, quattro sono i moventi e le mète della vita dell'individuo: dharma, artha, kama, moksa; usiamo i termini sanscriti solo perchè più carichi di contenuto espressivo. Dharma e moksa sono i due poli, l'uno iniziale e l'altro terminale, del ciclo di un essere. L'uomo è qui per un ben determinato dovere e intento: quello di scoprirsi, conoscersi ed essere. Se non fa questo, viene meno al suo specifico dharma (dovere, imperativo categorico che obbliga ogni essere). Egli può essere ricco, intelligente, molto noto, erudito, ecc., ma se nella vita non ha cercato di capirsi, comprendersi e trascendersi, ha sprecato solo energie preziose. Uomo, conosci te stesso: è un preciso dharma che ci viene tramandato dalla notte dei tempi. Uomo trascende te ipsum, è il motto di S. Agostino. Intendiamo moksa come realizzazione di sè o dell'Essere.

La liberazione (moksa) è liberazione dall'ignoranza metafisica e non fuga dal reale corporeo.
Dunque, dovere immediato e iniziale: conoscersi per, appunto, Essere. Il giuoco di artha (oggetto) e kama (desiderio) determina la giusta o non giusta rotta verso moksa (libertà dall'ignoranza). Artha è così il dato che utilizziamo per soddisfare un desiderio (kama). A seconda della direzione del desiderio (e quindi dell'oggetto concomitante) possiamo ritenerci nel giusto, o meno, per raggiungere lo scopo della nostra vita.

Diremo: dharma è il molo di partenza, moksa è il porto di arrivo, artha e kama sono l'uno la nave e l'altro il timone che indica la rotta da percorrere. L'istruttore rappresenta colui che, avendo fatto la traversata, sa indicare la giusta barca o nave e correggere un'eventuale deviazione di rotta. Per ovvie ragioni, non possiamo dilungarci e approfondire tutti i processi implicati nel giuoco di artha e di kama; diciamo solo che non tutti si trovano allo stesso grado di risveglio e non tutti debbono soddisfare gli stessi desideri; ciò risulta naturale.

Una società che gradatamente si porti al giusto equilibrio di artha e kama, che sappia padroneggiare la propria espressione energetica o il propellente che deve far muovere la sua nave da crociera, che abbia come mèta la realtà dell'Essere, è una società in armonia con il Principio, con la giusta azione e quindi con la vita tutta. Nelle Leggi Platone pone a fondamento della vita sociale l'espressione della giusta misura di artha e kama, tra i diritti e doveri, rappresentanti e rappresentati. La Filosofia dell'Essere non è un'utopia, non è una filosofia semplicemente intellettualistica; è invece una realtà vivente e pulsante. La Filosofia dell'Essere è basata sull'Armonia che l'individuo deve realizzare; Armonia e Accordo, ovviamente, con l'Universale, con la Norma, col Polo, col Principio supremo, con il sommo Bene.

(come sopra, pag 170-172)
Avendo parlato in precedenza di artha e kama, possiamo rispondere adesso con maggiore ampiezza. Facciamo dunque un passo indietro: dharma, artha, kama e moksa costituiscono lo scopo e il sottofondo motivanti della condotta umana, ma in quante tappe possiamo articolarli?
La Filosofia dell'Essere ne indica quattro, che rappresentano precisi stadi di coscienza dell'individuo: brahmacarin (studente), grhastha (capo famiglia), vanaprastha (anacoreta contemplativo) e samnyasin (rinunciatario); essi sono anche denominati asrama.

Mi attengo alla terminologia indù, ma queste cose sono di ordine sovranazionale. Chi ha delle idiosincrasie per l'Oriente potrebbe detestare certi termini, ma vi prego di andare di là da questi; un nome bisogna pur darlo a particolari esperienze o modalità di vita; tendiamo verso l'universalità e alcune lingue dispongono di particolari termini tecnici che, purtroppo, altre non hanno. Comprendiamoci piuttosto e non creiamo resistenze per cose insignificanti. D'altra parte, la Filosofia non è un romanzo da leggere nei ritagli di tempo. Dunque, lo stadio dello studente è caratterizzato dall'apprendistato; quello del capofamiglia, dal senso dell'autodeterminazione, della responsabilità della famiglia o del lavoro, dei rapporti sociali, ecc.; quello dell'anacoreta, dal
rientro in se stesso, dal riorientamento delle proprie energie, dall'istanza di avvicinarsi a moksa; quello del rinunciatario, dal distacco da tutto il mondo del divenire. Ora, ogni stadio di vita implica un preciso dharma, per cui il dharma dello studente non è quello del capofamiglia, e così di seguito.

Diremo che ogni stadio comprende una precisa sperimentazione coscienziale. Senza dilungarci, potete capire da voi stessi tutta l'implicanza e l'armonia dell'assieme. Occorre sottolineare che, secondo la Filosofia dell'Essere, l'individuo, e quindi l'umanità, è qui per un preciso scopo: conoscersi, comprendersi, essere.

Non è dunque qui per considerarsi Prìncipe, imprenditore o lavoratore manuale; non è qui per fare soldi e accumulare ricchezza, usare violenza, o semplicemente per mangiare e copulare. Il suo imperativo categorico è proprio quello di ritrovarsi come totalità o unità, di uscire dalla frammentarietà e incompiutezza in cui si trova.
Per fortuna, egli è più di un complesso di forza-lavoro o di desiderio che tende a stordire. Se non comprendiamo ciò, non potremo capire perchè la Filosofia dell'Essere concepisca la politica, la religione, la filosofia, ecc. in un certo modo. Diremo che non potremo capire neanche la filosofia di Parmenide, di Pitagora, di Platone, di Plotino, e così via.

Non siamo qui per agire e determinarci sul piano del divenire producendo altro divenire-prigione, ma per trascendere il divenire stesso, far cessare il nostro moto imprigionante realizzandoci Motore immobile. In riferimento ai vari asrama c'è da ricordare che in alcuni scritti di Raphael si possono cogliere stimolazioni dirette al brahmacarin, al grhastha, al vanaprastha e al samnyasin.

Possiamo così riconoscere come la Metafisica o Filosofia dell'Essere non sia un'utopia, non sia un contemplare il cielo stellato o le nuvole in attesa che qualche barbuto Dio nascosto vi faccia capolino per levarci dai pasticci in cui ci siamo cacciati.

Ritorniamo alla domanda e soffermiamoci su due punti: primo, il complesso energetico va trattato a seconda del preciso stadio di vita perchè, appunto, è soggetto a variazione; secondo, non è questione d'inibizione, ma di soluzione delle energie, per quanto la modalità scelta dal nostro fratello potrebbe anche andare; là dove ci sono consapevolezza, scopo e intelligenza, non c'è mai inibizione.

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