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Ayurveda: filosofie e pratiche

La via dell'azione comprende le pratiche ripetute: hatha yoga, mantra yoga, laya yoga, sabda yoga, tantra.
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cielo
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Ayurveda: filosofie e pratiche

Messaggio da cielo » 27/01/2018, 10:15

Essendo incerta su dove postare alcuni appunti relativi all'ayurveda (la co-scienza della vita), ossia quel ramo dei Veda che trasmette indicazioni e pratiche per conservare, preservare e ristabilire la salute fisica e psichica, ho scelto il forum karma yoga che è dedicato alle pratiche "ripetute", alle azioni che compiamo quotidianamente per dar corso alla nostra vita.
Le pratiche ayurvediche, alla base, sono semplici, implicano piccole correzioni nello stile di vita, nei ritmi sonno-veglia, nell'alimentazione, nei "rimedi" che assumiamo quando siamo in uno stato di salute che non ci soddisfa.
Tutte le pratiche ayurvediche dovrebbero agire "prima" che si sviluppi uno squilibrio che poi si traduce in malattia e come diceva il mio Vaidya ayurvedico: i migliori e primi rimedi sono quelli più vicini a noi (le erbe officinali coltivate nei nostri vasi, i frutti del nostro territorio, le nostre tisane e intrugli, sperimentati da noi, per noi stessi e i nostri familiari e amici).
L'arte della salute è opera personale, il che non esclude il ricorso a professionisti esterni in caso di squilibri importanti.
I rimedi sono nelle nostre mani, non all'esterno ed è meglio accorgersi di quanto si cerchi sempre fuori qualcuno che risolva i nostri problemi. Preferiamo affidarci che conoscerci?
A seguire brani estratti dal forum pitagorico relativi all'ayurveda.

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Salute

La salute spirituale viene conservata e promossa dall'attenzione delle tre tendenze inerenti (Guna):
Satva, Rajas e Tamas.
La salute fisica viene conservata e promossa dall'attenzione dei tre umori del corpo:
Vata (vento), Pitta (bile) e Kapha (flemma).
I tre umori non devono venir viziati, né perdere l'equilibrio.
Un corpo sano è il miglior contenitore per una mente sana.
La malattia rende la mente agitata ed ansiosa.
La materia e lo spirito sono i due piatti della bilancia.
Devono essere curati entrambi, in eguale misura, almeno fino a quando si è ottenuto un certo progresso
nello sviluppo spirituale.
Sai Baba (pensiero raccolto senza data)

Introduzione al pensiero ayurvedico

All’inizio troviamo la pura esistenza
Che, sperimentando il desiderio di manifestarsi,
si divide in coscienza e volontà
dalla cui unione nasce l’intelletto
che è la capacità di
discernimento.
L’intelletto infine evolve in ahamkara:
ovvero “colei che si fa io”.
L’universo si riempie di innumerevoli involucri individuali dotati di intelletto, tutti alla ricerca di un mezzo per esprimersi.
Gli involucri - ahamkara si manifestano in base alle loro innate preferenze.
Come onde di energia cinetica,
rajas
come particelle materiali di energia potenziale,
tamas
come coscienza soggettiva,
sattva.


I tre guna e i cinque elementi.

Rajas è l’attività, tamas l’inerzia e sattva l’equilibrio di entrambe, giacché solo la coscienza può compensare l’energia cinetica con l’energia potenziale.
L’ahamkara della Natura mantiene in equilibrio le energie di tutto il cosmo, mentre la coscienza individuale dell’uomo è in grado di armonizzare le sue proprie energie.
Lo “spirito” individuale, desideroso di esprimersi, si avvale della coscienza soggettiva, o sattva, per produrre la manifestazione degli organi di senso e della mente.
In seguito mente e spirito si proiettano in un corpo fisico creato dai cinque grandi elementi, i quali traggono origine dal tamas.
Gli organi di senso si avvalgono di rajas per proiettarsi nel mondo esterno e sperimentare gli oggetti.
Il corpo è il veicolo della mente, il suo strumento di gratificazione sensoriale.
Durante il sonno la mente, stanca di vagare all’esterno, si ritira nel proprio rifugio, il corpo.
Lo spirito invece risiede stabile in tale rifugio, sorgente ininterrotta di vita per il corpo, e di coscienza per la mente.

Come i nostri corpi sono formati da cellule indipendenti, così ognuno di noi è cellula dell’organismo universale, dispone di un'esistenza individuale, ma nessuno è abbastanza libero da poter vivere in modo indipendente.

La comprensione dell’interdipendenza di tutto ciò che vive ci fa capire che ogni cosa che esiste nell’universo esterno ha la sua controparte nel particolare universo interno di un essere umano.
In forma diversa, vi sono rappresentate tutte le forme cosmiche, il flusso costante degli elementi nutritivi e delle sostanze di rifiuto che coinvolge le cellule corporee caratterizza in modo analogo anche le piante e gli animali.

I rishi formularono la teoria dei cinque grandi elementi: pancha maha buttha (i cinque grandi stati di esistenza materiale) per spiegare il legame reciproco fra forze interne ed esterne.

Terra: stabilità, fissità. Rigidità

Acqua: mutevolezza, è una sostanza instabile

Fuoco: potere di trasformazione di una sostanza da solida in liquida e da liquida in gassosa, e viceversa, provocando il passaggio da uno stato all’altro della materia. Il fuoco è forma priva di sostanza il cui attributo caratteristico è la trasformazione.

Aria: mobilità e dinamismo, è esistenza priva di forma.

Etere, il campo a partire dal quale ogni cosa si manifesta ed al quale ritorna; lo spazio che ospita il verificarsi degli eventi.
L’etere non possiede una realtà fisica; esiste solo in qualità di intervallo che separa le frazioni di materia.

“Sappiamo che la materia è composta da cinque elementi di base, che sono la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria e lo spazio, a cui si associano cinque qualità: l’odore, la liquidità, la luminosità, la tattilità e il suono.

Nella terra sono incluse tutte e cinque le qualità, compresa quella che la riguarda specificamente, cioè l’odore.
L’acqua è contraddistinta dalla qualità dell’essere liquida: perciò, è più leggera della terra ed è mobile.

Quattro sono, dunque, le sue qualità.

Il fuoco ne ha tre, delle quali la forma è quella sua precipua ed è più leggero dell’acqua. Poi c’è l’aria, più leggera del fuoco, con due sole qualità: la tattilità e il movimento.

Infine, viene lo spazio eterico, detto akasha, il più sottile dei cinque elementi, che pervade ogni cosa. Lo spazio eterico e trascendente è Dio, il quale è onnipresente.

A ben guardare, si scopre che tali diverse caratteristiche sono alla base di sentimenti e reazioni. Perciò esse vanno tenute sotto controllo. Contemporaneamente, bisognerebbe ridurre il peso della vita mondana e i desideri che riempiono la mente. L’uomo odierno è schiacciato dal peso dei suoi desideri. Il progresso spirituale è direttamente collegato alla riduzione dei desideri. La grazia di Dio è proporzionale agli sforzi umani.”

(SAI BABA, Prashanti Nilayam, 9 ottobre 1997 Sai Kulvant Hall, traduzione da Sanathana Sarathi, n. 11/1997)

I tridosha
I cinque elementi si compendiano nei tre dosha: vata, pitta e kapha, rispettivamente aria, fuoco ed acqua.
Vata è il fattore dell’energia cinetica: interessa soprattutto il sistema nervoso e controlla i movimenti del corpo.
Kapha è il fattore dell’energia potenziale, che controlla la stabilità e la lubrificazione, governa i tessuti e le sostanze di rifiuto mobilitate da vata.
Pitta si occupa dell’equilibrio fra energia cinetica e quella potenziale, tutti i processi che lo riguardano comprendono una digestione o “cottura” anche nel caso in cui il cibo sono i pensieri cotti nella mente affinchè divengano idee e teoria.
Il principale campo di azione di pitta è dato dal sistema enzimatico e da quello endocrino.
L’equilibrio dei dosha nel corpo è garanzia di salute e compito primario del medico ayurvedico è aiutare la persona a mantenere tale equilibrio comprendendo quali sono i rapporti tra i dosha cioè i fattori energetici del corpo.
Il modello metabolico innato (o costituzione o biotipo) è detta prakriti (natura, prima creazione).
Prakriti è la prima reazione di fronte alla necessità di adattarci alle trasformazioni dell’ambiente.
E’ l’insieme delle inclinazioni metaboliche che determinano la reazione istintiva dell’organismo (corpo e mente) ad uno stimolo.
Molti tratti apprezzabili della personalità nascono e dipendono da tali inclinazioni, così come la maggior parte delle caratteristiche riprovevoli.
Conoscere il modello costitutivo cui si appartiene consente di comprendere meglio la propria realtà psicofisica imparando a non sentirsi in colpa per le proprie preferenze alimentari o per determinate pulsioni psichiche come la rabbia o la paura.
Comprendendo come tali caratteristiche innate ci influenzino potremo apportare opportuni cambiamenti nello stile di vita aiutando l’organismo a minimizzarne l’interferenza.
Il sistema ayurvedico si basa sulla comprensione della propria prakriti, è un percorso in cui veniamo guidati inizialmente dal vaidya, il medico, ma i criteri di lettura della prakriti sono semplici e comprensibili e possiamo imparare a conoscerli.

Osserviamo i tre guna: calmo, attivo e lento.

Essi influiscono sulla coscienza e per questo rendiamo omaggio ai tre aspetti di Mahakali, Mahalakshmi e Mahasarasvati.


“L’ayurveda non è matematica”, mi diceva il dottor Chandrashekhar Ganesh Joshi quando ripetevo i ragionamenti sull’equilibrio dei dosha come un bravo pappagallino e cercavo i rimedi basandomi esclusivamente sulla “prakriti”, la costituzione fisica della persona, che non può mai mutare nel corso della vita.
E' ereditata dai genitori: l'ala destra e l'ala sinistra, quelle che ci permettono di spiccare il volo. L'impronta genetica, la costituzione mentale non è costante, pur risentendo dell'impronta genetica.
Così facendo, applicando le regole, tendevo a considerare i tridosha come qualcosa di statico e fisso, non elementi vivi e mutevoli nelle manifestazioni molteplici di Madre Natura.

Conoscere la propria costituzione di base è comunque il primo passo per scegliere i cibi ed i rimedi appropriati alla propria natura.
Non ci sono, però, formule “matematiche” da applicare in modo ripetitivo e rimedi standard uguali da utilizzare per tutte le persone che condividono la medesima costituzione delle otto che nell’ayurveda vengono considerate.
E neppure indicazioni basate su parametri sempre uguali, occorre adattare continuamente la dieta e i rimedi al tempo atmosferico, alla stagione, alle condizioni esistenziali del momento, all’umore, alle problematiche in atto…

Ho imparato che bisogna sperimentare e comprendere che i dosha che colorano la nostra costituzione sono fattori energetici e non “quantità” fisse di sostanze, non sono solo materia.
Individui di uguale costituzione fisica possono ricevere dal vaidya (il medico) indicazioni terapeutiche diverse, sarà la sensibilità del terapeuta a comprendere, aldilà delle formule “costituzione vata-pitta”, o “pitta-kapha” o “vata puro” quale può essere il suggerimento adatto per quella persona, in quel particolare momento.

Nello stile di vita quotidiana e nella scelta dei cibi appropriati occorre favorire l’armonia tra i dosha tenendo particolarmente sotto controllo i dosha costituzionali che solitamente tendono a manifestarsi in eccesso, squilibrando il sistema.
La quantità di ciascun dosha prodotta (ed espulsa) dal nostro corpo dipende principalmente dai sei sapori, “rasa”: dolce, acido, salato, piccante, amaro, astringente che consumiamo attraverso l’alimentazione.
I rasa, che provengono anch’essi dai cinque grandi elementi, influenzano l’equilibrio dei tre dosha all’interno dell’organismo.
Dovremo preferire ed “incontrare”, tra i sei sapori, quelli deputati ad accrescere o a diminuire i nostri dosha costituzionali a seconda del bisogno contingente e mantenere il sistema in equilibrio

I suggerimenti dell’antichissima medicina ayurvedica per una vita sana e creativa sono molto semplici.
Il vaidya ci insegna ad utilizzare i rimedi “vicini” prima di quelli “lontani”, quelli gratuiti, a disposizione di tutti in ogni cucina, o comunque facili da reperire, prima di quelli costosi, fortemente trasformati.

Il vaidya diagnostica osservando, ma non fa mai sentire la persona ammalata, non parla al “disturbo”, ma alla globalità dell’essere umano, cerca la via per metterlo nelle condizioni più favorevoli per comunicare con la sua ahamkara e ristabilire l’unità.

cielo
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Ahamkara: l'archivio dei ricordi

Messaggio da cielo » 27/01/2018, 10:49

1-III-3. Know the Self to be the master of the chariot, and the body to be the chariot.
Know the intellect to be the charioteer, and the mind to be the reins.

1-III-4. The senses they speak of as the horses; the objects within their view, the way. When the Self is yoked with the mind and the senses, the wise call It the enjoyer.


1-III-3. Riconosci il Sé come padrone del carro ed il corpo come carro.
Riconosci l’intelletto come auriga e la mente come le redini.

1-III-4. I sensi sono i cavalli e tutto ciò che percepiscono (gli oggetti dei sensi)
sono la loro arena e la via da percorrere.
Il Sé unito ai sensi e alla mente è il Fruitore.
Katha-upanisad, III, 3,4.*

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Secondo alcuni studi di ayurveda la memoria è sperimentabile in tre fasi: cosmica, cognitiva ed esperienziale.

La memoria cosmica è la reminescenza complessiva dell’intero universo fenomenico, è la memoria dell’universo di cui ogni atomo e ogni molecola del cosmo è pervasa.
E’ lo “stampo” e la funzione di ogni specie.
Sostiene la creazione, è la memoria collettiva delle specie viventi, della materia e dell’energia dell’intero universo e dell’evoluzione complessiva che ha avuto nel tempo.
E’ l’esperienza universale nella sua totalità che si è raffinata nel tempo trascorso dal primo istante (big bang) fino al momento presente e che si completerà in futuro.
E’ l’eco della natura universale che riecheggia continuamente nella cognizione personale.

Il corpo e il cosmo sono considerate varianti dello stesso modello di energia.
L’energia e le informazioni fluttuano incessantemente nei tessuti del corpo e nei vari aspetti del cosmo.

La seconda fase della memoria è la memoria cognitiva che viene considerata facoltà divina.
Totalmente indipendente dal corpo, dalla mente e dai sensi, la cognizione funziona per mezzo di buddhi, intelletto o facoltà di saggezza, e di ahamkara, l’archivio di tutte le memorie di ogni vita.

Secondo l'ayurveda, ahamkara, "ciò che si fa io", è l' "ego intuitivo" che registra i ricordi.
Ahamkara, che è parte di antahkarana, l'organo interno o strumento psichico, ha dunque la funzione di mettere in relazione la memoria esperienziale i ricordi del presente, della vita in svolgimento, con la memoria cognitiva quella che viene dal passato: è sia la memoria della "specie", sia la memoria di "tracce precedenti" e con la memoria cosmica la memoria collettiva di ognuna di tutte le vite del transito individuale di ogni essere che viene in esistenza come fenomeno transitorio.

Viene usata l'immagine del mala (il rosario per la preghiera) per spiegare il rapporto tra memoria esperienziale e memoria cognitiva.
La "mia" memoria è il singolo grano del rosario, l'intero rosario è la memoria cognitiva composta dai ricordi che in ogni rinascita sono sopravvissuti alla perdita del corpo fisico.
Si dice che questi ricordi, di natura reale, si uniscano al corpo sottile dopo la nascita e vengano trasferiti all'ahamkara del nuovo corpo al momento dell'incarnazione.

Anche le vite future che ancora devono diventare memoria sono contenute nel corpo sottile sotto forma di memoria cosmica o universale. Questa cosiddetta memoria delle vite future rimane sotto forma di samskara nel corpo sottile. I samskara sono considerati come le impressioni karmiche provenienti da tutte le vite passate, sia che siano "elaborati" o "non elaborati" nella vita in corso, sono il potenziale che darà luogo alle vite future.

La memoria cognitiva è perciò composta dall'essenza residua della somma totale di ognuna delle vite individuali che formano il mala.
Secondo alcuni studiosi e studiose di ayurveda al momento della nascita tutti i ricordi delle vite precedenti vengono immagazzinati nell'ahamkara (i semi nel granaio) e dal quel momento in poi si potrà averne accesso per mezzo della sadhana individuale (e possibilmente bruciarli definitivamente nel fuoco che non ha mai smesso di ardere, oltre nascita e morte nell'apparenza fenomenica).

Per sviluppare l’autocognizione della memoria cognitiva l'ayurveda propone varie puntuali sadhane giornaliere (basate sulla conoscenza della propria natura di base individuale (la prakriti) e l'aderenza al dharma, il codice di condotta relativo ad ogni incarnazione.
Per avere accesso alla memoria cognitiva i sensi e la mente dovrebbero essere acquietati e il corpo fisico rinforzato.

Esperienze di memoria cognitiva accadono anche in stati di vulnerabilità del corpo (condizioni di sofferenza estrema e momenti immediatamente precedenti la morte).
Si dice che ahamkara in quei momenti, nell'impossibilità di mantenere quanto in suo possesso (il corpo) cominci a rilasciare il patrimonio di memoria e di prana che viene raccolto dal corpo sottile, pronto a staccarsi dal corpo fisico morente.
In questo modo la persona vicina alla morte può essere investita da un'ondata di cognizioni che possono "risolvere" alcune situazioni sospese della vita in corso (solitamente i morenti "perdonano" le persone con le quali avevano dei problemi e dei conti in sospeso, ad esempio).

Anche durante lo stato di sonno profondo si sperimenta la natura cognitiva, questo accade quando le fluttuazioni della mente e dei sensi proprie dello stato di veglia e di sogno si acquietano nel silenzio del sonno senza sogni.
Lo stato di sonno profondo trascende tutte le esperienze basate sulle percezioni che avvengono nello stato di veglia o tramite il corpo immaginario che costruisce i suoi mondi in sogno.

In questo stato prevale il prana che osserva ahamkara come un testimone silenzioso. Nel sonno la cognizione è pervadente e splendente, priva di interruzioni.*

E' il momento in cui si entra in profondità nel nucleo della natura primordiale fatta di luminosità interiore e liberi da incontri ed esperienze condizionati da limiti di tempo-spazio.

Lo scopo "della saggezza cosmica" di conoscere le diverse "memorie" non è però quello di recuperare le memorie esperienziali di ogni vita passata, altrimenti questi ricordi sarebbero accessibili al momento della nascita mentre, invece, vengono persi nel passaggio dalla dimensione acquatica dell'utero all'atmosfera ricca di ossigeno della terra. Come diceva la Mére di Sri Aurobindo: nasciamo battendo la testa, per fortuna. Se conservassimo tutti i ricordi impazziremmo.

Le facoltà mentali e sensoriali di cui siamo dotati sono in grado di raccogliere a fatica le esperienze della vita presente, è impensabile pensare di prendere in considerazione la quantità colossale di dati che provengono dalle esperienze delle vite passate.
Ahamkara conserva solo i "ricordi validi" che hanno contribuito a forgiare la saggezza personale

L'uso di terapie di regressione ipnotica (oggi tornate di moda) parrebbe un utile strumento per recuperare ricordi residui o essenziali di esperienze passate, ma spesso, non essendo compresa a livello profondo la relazione tra memoria esperienziale, cognitiva e cosmica, si rischia di generare stati illusori, sdoppiamenti della personalità e la tedenza a farsi dei film in cui si incarnano personaggi immaginati come noi stessi che ci gratificano e consolano con le loro "potenze" (altrettanto immaginate).
Se la terapia di regressione ipnotica non è accompagnata da una precisa istruzione spirituale può risultare dannosa e fuorviante.

L'unione tra l'eternità dello stato cognitivo e la temporalità della vita delle esperienze presenti è l’ultimo passaggio.
Prima è necessaria una sadhana cosciente, un insieme di pratiche (non solo fisiche) che prepari gradatamente l’organismo umano ad armonizzare l’eventuale cognizione delle fasi passate con il presente, integrando così la totalità della sua natura.

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Shankaracārya temple

* La katha upaniśad è collocabile tra l'VIII e il VI secolo a.C. e appartiene al ramo katha della scuola del Krishna ayurveda. Racconta la storia di Naciketas che fu iniziato alla disciplina spirituale dal Dio della morte in persona: Yama.

*Sulla prevalenza del prana nel sonno profondo si veda Svami Veetamohananda: "Lo yoga in ogni giorno della vita" da cui il seguente stralcio:
Nella Chandogya Upanishad si parla di due entità che assorbono il Prana - uno è l'uomo e l’altro è l'universo. Nell’uomo, tutti gli organi sono assorbiti - durante il sonno – nel prana. Nell’ universo e in tutti gli esseri sono assorbiti - durante la dissoluzione cosmica - in vayu. L'individuo e il principio cosmico di congedo sono sempre stati considerati come uno. Per il microcosmo ed il macrocosmo si credeva che tutto fosse costruito e che il Prana rappresentasse l’unità principale. Ma il Prana non è mai stata considerato l’ultima realtà. Le Upanishad dicono che il Prana è derivato dalla pura Coscienza conosciuta come Atman e Brahman. Attraverso il Prana, l'individuo controlla il corpo e la mente. Allo stesso modo, attraverso il Prana cosmico, Dio controlla e regola l'intero universo. Proprio come Brahman è la somma di tutti i singoli bit di coscienza, il Prana è la somma totale di tutte le forze dell'universo. Svami Vivekananda dice: “… di tutto il mondo, tutti i movimenti sono le varie manifestazioni di questo prana.”

cielo
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Recuperare i ricordi - riflessioni

Messaggio da cielo » 28/01/2018, 9:23

Durante l'esperienza della vita vengono continuamente immagazzinati, recuperati, organizzati e riordinati i ricordi di esperienze specifiche.
La registrazione dei ricordi in ahamkara, "colei che si fa io" avviene mentre sperimentiamo la vita fisica.
Si ricorre ad ahamkara per recuperare una situazione del passato che risuoni con una situazione presente.
La nuova esperienza viene paragonata a quella precedente e, sulla base del ricordo, viene valutata utile e soddisfacente o meno.

Ad esempio l'esperienza di mangiare un gelato viene più volte ripetuta perchè è collegata al ricordo di un'esperienza di assaporamento del gusto dolce e della piacevolezza della freschezza del gelato.
Dunque l'esperienza è considerata piacevole e viene ripetuta.
Purtroppo, dal punto di vista ayurvedico, l'esperienza del gelato dovrebbe essere accompagnata dalla consapevolezza che il gelato, in rapporto alla propria costituzione fisica (e al precario equilibrio dei tridosha: vata, pitta e kapha) potrebbe portare a un indebolimento del fuoco gastrico e provocare un malfunzionamento del fuoco del primo tessuto corporeo.

I tessuti corporei si chiamano dhatu e sono sette, il primo è il rasa dhatu, è appiccicoso e freddo e riflette le qualità di kapha (acqua+terra), è il tessuto che forma il plasma corporeo e trae la sua esistenza dall'elemento acqua, una volta che il rasa dhatu è formato, le sostanze nutrienti vengono raffinate e contribuiscono a formare il tessuto successivo, quello sanguigno: rakta dhatu.

Così, invece di formare il plasma nutriente necessario ad alimentare la catena dei sette tessuti corporei, il tessuto "alterato" dal gelato, crea un maggior volume di sostanze di rifiuto sotto forma di muco (ama) e provoca di conseguenza una situazione di fiacchezza e letargia nell'intero organismo.
Le sostanze mucoidi e viscose rallentano il transito.

Sarà impresa complessa rimuovere le informazioni presenti in ahamkara nel caso del gelato. Essenzialmente sarà questione di consapevolezza, non mi punirò non mangiando il gelato con le nipotine, ma troverò il modo di riaccendere il fuoco gastrico tramortito dal gelato.

Ricordiamo che i dati immagazzinati nella memoria si basano sulle percezioni che sono soggettive, basate sul principio del piacere, nell'alternanza di attrazione e repulsione che modulano la nostra azione, ove non consapevole.

Studi allergologici hanno per esempio evidenziato che l'allergico è attratto dai cibi che scatenano le reazioni allergiche e tende a ripetere l'assunzione dei cibi che fanno male.
Sviluppando una maggiore sintonia con il proprio corpo e con gli impulsi della mente l'esperienza del gelato potrà fare registrare in dettaglio i veri effetti del gelato sull'organismo.

Ci sono molti ricordi inutili conservati nell'ahamkara, molti ingombrano la memoria e creano confusione nelle scelte, anche in quelle più banali come mangiare un gelato.

La percezione diretta nella memoria esperienziale è basata su tre fattori:
- percezione
- conclusione
- giudizio.

In certi casi la conclusione di mangiare il gelato perchè ho il ricordo di quanto sia piacevole e dolce potrebbe essere evitata. Ma, rimanendo nel momento presente, nella circostanza specifica, mi sentirò pienamente libera di condividere un buon gelato con gli amici.

Il fatto di giungere a una conclusione sulla base della mera percezione sensoriale (il gelato è fresco e dolce e mi piace tanto) o di una teoria mentale (il gelato mi farà sicuramente male perchè rallenta il fuoco gastrico e quindi mi appesantisce e magari non lo digerisco) potrebbe ottenebrare, per così dire, la capacità di riconoscere ciò che nutre o ciò che danneggia utilizzando la memoria cognitiva.

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