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Karma - riflessioni

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Fedro
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Re: Karma - riflessioni

Messaggio da Fedro » 02/06/2020, 11:33

Raccolgo l’invito di cannaminor, innanzitutto perché, è vero, il requisito essenziale in un forum, è il dialogo e non il monologo, e nemmeno i copiaincolla.
Detto questo, forzando la mia inclinazione all’indolenza, comincio a proporre “il cappello” di quel sutra sul karma di Bodhananda, il prologo discorsivo che porta dopo al suo fulcro (secondo me, quello è) già ineccepibilmente analizzato da cannaminor.
Certe volte, quando si mette mano alla tastiera per scrivere, vengono pensieri che rasentano l'ovvietà ed è quasi una violenza lo scriverli.

Buona parte della vita viene impostata per piegare e impostare gli eventi secondo la propria volontà.

Ossia, vedo certi eventi, li confronto con certi desideri, mi adopero affinché gli eventi pieghino verso i desideri.
[]Qualcun altro sostiene che la ricetta della felicità consiste invece nel portare i desideri verso gli eventi.
Premettendo che l’ovvietà per Bodhananda non corrisponde alla mia o a quella di altri, ma direi che col tempo, ho puntato verso quell’ovvietà indicatomi dal primo momento: si parte da dove si è, c’è solo quello che c’è
In questi due sutra “ovvi” si potrebbe raccogliere tutto il seme della ricerca di una vita, o se vogliamo, la sua essenza spirituale, laddove spirituale si sovrappone al senso di reale, o al voler tendere ad esso.
Tornando al brano considerato, è dalla quarta e ultima frase che si entra in argomento, in modo diretto, e questa mi permette di analizzare (dal punto di vista mio, quindi relativo) come la vivo io, e non altri:

“Qualcun altro sostiene che la ricetta della felicità consiste invece nel portare i desideri verso gli eventi”

Qui sembra che Bodhananda sorrida quasi ironicamente, poiché in quel “qualcun altro” si celano forse millenni di saggezza che indicano questo, ovvero che la Via ( la Strada della Felicità, la Vita eterna per Gesù, il Parto dell’Illuminazione) sia quello di rendere gli eventi che (ci) accadono come il fulcro della vita terrena, dunque che il vero desiderio (non è il Desiderio di liberazione comunque) sia approcciarsi a questi eventi in piena “letizia” come direbbe Meister Eckhart, o comunque senza contrapporsene o considerarli negativi, inopportuni, faticosi (per quanto trascinino dietro una inevitabile fatica).
In questo approccio però, se non si hanno occhi ben aperti, ovvero un osservazione costante, può accadere anche di legarsi alla fatica, al disgusto, quindi alla sofferenza stessa che tutto ciò può comportare, come fosse un piacere da ricercare, quindi una forma masochistica a cui l’io può agevolmente aderire. In altre parole, sguazzare nella sofferenza, per l’io che se ne appropria, non è molto diverso dal cercare spasmoticamente il piacere dei sensi, alienandosi, rifugiandosi in esso per fuggire, sedare le emozioni negative che accompagnano l’agire (ma piuttosto che l’agire, direi il qui e ora, che comprende il campo degli eventi ove accade anche l’agire).
A questo punto quindi, soltanto un certo distacco da ciò che si accompagna agli eventi, ovvero il cominciare a sentire che dietro quell’adesione procurata dal senso dell’io, può trasportarci una comprensione più profonda, lasciando svanire quello spazio di separazione tra l’io illusorio e il campo degli eventi, sin quando il prima scompare oppure diviene un attore delle parti, senza alcuna singolarità prominente.
In questo processo di continua attenzione al campo degli eventi, che è sempre un accadere nell’adesso, possiamo quindi constatare come ciò che abbiamo sinora chiamato “io” sfugga al flusso senza nome, e forse tornare in esso, se viviamo il terrore di perderlo... ancorandoci alla memoria, al racconto del mondo costruito a cui ci siamo ancora legati, oppure proiettarci nell’immaginario di ciò che non c’è.

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