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Pratica: kriya

Il sistema filosofico Yoga Darshana, codificato nello Yogasutra di Patanjali
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cielo
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Pratica: kriya

Messaggio da cielo » 04/10/2016, 11:34

Lo yoga, come ogni dottrina tradizionale, non cerca di convincere, ma esprime un punto di vista, un sistema che, da presupposti filosofici, faccia calare nella prassi, un modo di essere, di agire, di sperimentare se stessi come "stato vibratorio", per conoscersi, per comprendersi ed essere ciò che si è: un unico nell'Unico.

Lo yoga porta a ritrovarsi unità, superando le scissure, il dolore e i conflitti in noi stessi, e così permette di migliorare anche i rapporti con gli altri e sviluppare una capacità di accordo su diverse tonalità, lasciando che la propria "tonica" muti nelle diverse circostanze in cui si trova a vibrare, a risuonare.

Riposando in me stesso, ho la possibilità di autosvelarmi nella mia natura essenziale e non mediante l'uso dello specchio della mente percettiva.

Dice Patanjali che fare saṃyama (praticare contemporaneamente concentrazione-meditazione-contemplazione/assorbimento: dhāraṇa, dhyāna e samādhi ) sull'inimmaginabile esterna modificazione mentale rende possibile distruggere lo schermo della luce riconoscendosi aria nel vaso (ātma nel corpo) e fuori dal vaso (ātma universale: paramātma).

Nella pratica abbiamo la sostanza mentale (citta) da pacificare incenerendo i samskara (stimoli interni subconsci) che germinano dai nostri atteggiamenti mentali che si ripetono.

Occorre diventare consapevoli dei vortici in questa sostanza, delle alterazioni causate sia dagli stimoli interni che da quelli esterni.
Possiamo così osservare le increspature, le vritti del nostro pensiero, del nostro istinto e delle nostre emozioni, tenendo in mano quel filo di coscienza (sūtrātma) che attraversa e integra gli stati di coscienza che sperimentiamo e che ci consente di viaggiare tra la "terra e il cielo" (tra mūlādhāra e sahasrāra cakra).
(Patanjali: capitolo III: vibhūti pada)

Ritrovare quell'unità di coscienza "pura", non più lacerata dalle effervescenze delle energie psicofisiche che ci muovono inconsapevolmente di qua e di là, richiede una pratica che attenui i klesha, oltre la pratica dell'hathayoga che lavora con il corpo fisico e con l'involucro pranico.

Servono dei mezzi che ci aiutino a passare dal desiderio appropriativo ed egoistico (amore di sè) all'amore per il Sè, che favoriscano la disciplina della mente permettendo un'apertura di coscienza capace di integrare il mondo della dualità, di colmare le scissure, di sciogliere i coaguli, per accedere a uno stato di Pienezza e di Beatitudine in cui (in teoria) siamo immersi da sempre, come uova alla coque cadute a bollire nel pentolino.

Nel secondo pada (sādhana pada) Patanjali indica tre mezzi preliminari (kriya: pratiche, dalla radice kr: fare, azione) per l'attenuazione dei klesha [le "maculazioni" interiori], per sciogliere quei conflitti generati da una vita basata sull'avidya [ignoranza], madre dei klesha: tapas, svādhyāya e īśvarapraṇidhāna.

Si tratta di tre componenti dei niyama: le cose da fare, le discipline necessarie per porre le basi dello yoga.
Il lavoro consapevole sui klesha è fondamentale perchè nelle "maculazioni" è radicato il karma.
I klesha producono karma e il karma porta in manifestazione i klesha, li fa germinare e maturare.

Occorre pertanto sviluppare una "coscienza osservante" che veda sorgere e morire in se stessi la manifestazione delle qualità (guna) che costituiscono jagat: il mondo. Mondo con il quale spesso siamo in attrito: la bollitura nel pentolino è dolorosa, per l'ovetto dalla mente distratta.
I guna "irretiscono" la coscienza incarnata, la tengono legata al divenire.

Tapas: ascesi, fermezza interiore, austerità, capacità di mantenere il centro, il fuoco interno. Far bruciare l'aspirazione, mantenere la propria vocazione alla ricerca anche se non si ottengono i risultati attesi, "lavorare" non poltrire, tenere acceso il fuoco del cuore, l'incandescenza dell'aspirazione.

Svādhyāya [sva-adhyāya: me stesso - studio/educazione].
Per conoscere ed educare se stessi si invita il praticante a studiare i testi sacri, i veda, i testi che rivelano/tolgono i veli: da vid: vedere. La lettura e la riflessione sui testi sacri è una disciplina per acquisire la conoscenza di noi stessi, in primis.

īśvarapraṇidhāna: abbandono a Isvara.
Non potendo accedere con la mente al brahman, si tenta l'abbandono al Dio-persona, alla causa prima di questa manifestazione.
Ma essendo Isvara fuori dalla conseguenzialità di tempo-spazio, dalla causa "causata", l'abbandono a Esso comporta anche il dissolversi in esso, come la bambolina di sale nel mare.
Questo abbandono alla nostra controparte divina ci permette di trascendere gli aspetti fenomenici e contingenti, dopo averli osservati in noi stessi e averli ritrovati descritti nei sacri testi occorre bruciare ogni scoria nel fuoco del tapas.
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Tratto forum pitagorico

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