Trimurti

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“La figura era divisa in tre parti,
la prima e l’ultima era ognuna delle tre.
Shiva immediatamente dopo Vishnu,
Vishnu subito prima di Shiva,
Brahma subito prima degli altri due,
i due subito prima di lui”

(Dal Kumara-sambhava - Kalidasa, poeta del V secolo).

Dal sanscrito: “Avente tre forme”, la Trimurti riunisce in sé la triplice forma e il triplice aspetto dell’unica entità-realtà divina - il Supremo - nelle tre forme di Brahma, il Principio di creazione, Vishnu, il Principio di preservazione, Shiva, il Principio di dissoluzione e riassorbimento; princìpi che operano nell’intera manifestazione fenomenica.

Lo schema della triade rappresenta, più in generale, un archetipo connaturato all’essere. La tripartizione del simbolo numerico del Tre, riscontrabile nei principali rami di tradizione religiosa, iniziatica e filosofica realizzativa, è la radice d’emanazione delle operazioni dell’Uno che si autorivela nel molteplice e distingue non solo tre Persone, ma anche tre nature qualificate nell’ordine cosmico.

Nell’iconografia classica induista, la Trimurti è rappresentata con tre teste in un solo corpo (Trishiras, triplice testa) o con una testa dai tre volti. Nell’India meridionale, dove è preminente il culto di Shiva, fin dalle epoche più antiche il Signore Shiva incarna in sé stesso il triplice principio attribuito alla Trimurti Brahma-Vishnu-Shiva. È rappresentato al centro, con Vishnu che esce dal suo fianco sinistro e Brahma che esce dal suo fianco destro.

Ancora oggi, per alcuni rami tradizionali quali il Virashaiva nel Karnataka, lo Shaivasiddhanta nel Tamil Nadu e lo Shaivismo Advaita, egli è l’Assoluto. Tale posizione centrale rispetto alle altre due divinità è sostenuta dall’antichità originaria del dio e da molte leggende sacre, in una delle quali si narra che Shiva apparve fra Brahma e Vishnu come infinita, fiammeggiante colonna di luce mostrando, di fatto, la propria onnipotenza.

La più celebre immagine della Trimurti si trova proprio in un tempio dedicato a Shiva. Irradiata dalla luce proveniente dall’ingresso della grotta in cui è scolpita, è Sadashiva a cinque volti, nell’isola d’Elephanta davanti al porto di Bombay.

In modo analogo, la corrente tradizionale di pensiero vishnuita afferma che Vishnu abbia assunto tre forme per salvaguardare e mantenere il processo del mondo.

Dal punto di vista storico, la triade classica Brahma-Vishnu-Shiva si colloca in epoca post-vedica. Alcuni studiosi vedono le sue radici nella preesistente identità-forma d’antichissime divinità nelle civiltà della valle dell’Indo (2500-1800 a.C.), di periodo anteriore alla civiltà degli Arya, stanziatasi in India intorno al 1500 a.C. Quindi, l’attuale rappresentazione della Trimurti e l’esistenza delle principali scuole religiose e filosofiche - Samkhya, Yoga, Vaisheshika, Nyaya, Mimamsa e Vedanta, - sarebbero lo sviluppo di un’antica concezione, che da aspetto tribale assume nelle varie epoche un progressivo raffinamento, fino ad arrivare alle più elevate enunciazioni teologiche e metafisiche.

Molti indù, dal canto loro, vedono la propria tradizione come il culto antenato di tutto il mondo, il Sanatana dharma (Tradizione eterna), e in quanto tale va di là dalle date e dalla storia umana esprimendo, oltre che una religione, un modo di essere. La diversificazione e l’apparente indicazione di direzioni diverse delle dottrine ortodosse (darshana), trovano dunque ragion d’essere in funzione delle diverse inclinazioni degli uomini.

L’insegnamento fondamentale dei Veda a questo proposito afferma che il Supremo è Uno - proclamato quale Sat, Purusha, Brahman - ma per rendersi concepibile agli esseri, lo stesso Principio divino diviene dinamico e causa della manifestazione formale. In quest’ambito egli “appare” Dio Persona con attributi o Supremo dio personale (Brahman Saguna), adattandosi, nel nome e nella forma, alle specifiche necessità del divenire del mondo. Resta pertanto sottinteso che il devoto che adori o che s’ispiri a quella manifestazione di Dio che più gli corrisponde, la consideri sempre il Paramatman: l’essenza divina onnipervadente.

Il Brahman, quando sviluppa la sua potenza espressiva nelle tre forme qualificate di Brahma, Vishnu e Shiva, è trigunatma poiché assolve le funzioni di creazione, preservazione e dissolvimento dell’intero ciclo cosmico, per mezzo delle qualità-forze guna, dette rajas, l’energia creativa di Brahma, sattva, la forza coesiva di Vishnu, e tamas, la forza di massa o inerzia di Shiva.

Quali emanazioni del potere divino, i tre guna costituiscono - secondo i Veda - la materia primordiale, dal rimestamento della quale scaturisce l’ordine cosmico. Questa energia primordiale in azione è identificata come Shakti o Parashakti, la Madre divina, la natura femminile dell’Uno, potenza della rappresentazione-spettacolo della manifestazione.

Le tre unità di principio che nel macrocosmo assolvono la triplice funzione di creazione, preservazione e dissoluzione, hanno il loro corrispettivo nel microcosmo - dunque nel ciclo vitale della vita umana - rispettivamente nei tre stati di veglia (vaishvanara), sogno (taijasa) e sonno profondo (prajña). Nella veglia e nel sogno, corrispondenti allo stato grossolano e sottile, l’uomo aderisce alla dualità soggetto-oggetto, sperimentando gioia e dolore; nel sonno profondo, corrispondente allo stato causale, egli è libero da sofferenza e sperimenta lo stato di ananda, la beatitudine suprema data dalla coscienza di Essere.

Nell’apparente pluralità di forme e sostanze materiali (bhuta), i tre guna determinano così il mondo fenomenico, le fasi del divenire, producendo il velo della maya o prakriti, dietro la quale si nasconde il supremo Paramatman. I tre stati o triplice mondo, per la loro specifica natura, sono caratterizzati da un’ininterrotta continuità susseguendosi in un processo a cerchio o a uovo, costituendo ognuna una sintesi di polarità il cui potenziale squilibrio si neutralizza nel Principio di unità.

In merito all’attribuzione delle caratteristiche di rajas, sattva e tamas alle tre forme divine della Trimurti, si può osservare che questa non è assoluta: le divinità assumono di volta in volta aspetti differenti e qualità diverse, secondo l’ambito in cui si manifestano e operano. Vishnu, per esempio, il cui attributo è il sattva, assume la caratteristica del tamas incarnando avatara come Narasimha e Rama, entrambi impegnati nella lotta contro i demoni. Un giorno, un’emanazione di Shiva impedì che Vishnu, preso da un’irrefrenabile sete di sangue, distruggesse tutto ciò che era manifesto.

Ancora, Shiva, la cui natura è caratterizzata dal tamas, prende le caratteristiche del sattva come Mahayogin (Dakshina-Murti) che è l’incarnazione della beatitudine suprema. Il suo sguardo verso Sud tiene a bada la Morte; nel contempo egli rivela l’essenza degli scritti sacri, divenendo tutt’uno con l’anima del mondo (Brahma).

Trimurti, come sinonimo di triplice Brahman, è anche la sacra sillaba O M - nella sua forma estesa A U M - la Parola imperitura da cui precede, sorge e ritorna la vibrazione sonora manifestante i tre stati dell’essere. Secondo i Veda-Upanisad, considerati dalla Tradizione la testa o sommità dei Veda (Sruti shirah), nella vita dell’individuo questi stati corrispondono allo stato di veglia: “A”; allo stato di sogno: “U”; allo stato di sonno profondo senza sogni: “M”.

È detto che quando la sillaba O M si rende pienamente udibile, rivela la suprema visione di Dio Persona nell’istadevata o forma della divinità scelta dal devoto.

I Saggi – sulla base della loro esperienza – si spingono anche oltre quando dicono che dal punto di vista della Verità ultima esiste un altro stato: Turiya, il Quarto. Quando l’O M è privo di suono è l’O M - A U M privo di parti o polarità: il Brahman supremo senza qualificazioni; Quello, che per quanto abbracci i tre precedenti stati esistenziali dando loro vita, di fatto li trascende.

Secondo la filosofia tradizionale del Vedanta, lo stato indifferenziato di Turiya è la realizzazione suprema non misurabile, di là dalla stessa realizzazione dell’Unità. Non essendoci un secondo, non vi è tempo, né spazio, né causa. Non vi è dunque nascita né morte, schiavitù o liberazione poiché, dalla prospettiva metafisica della suprema Verità, queste concezioni esprimono sistemi di pensiero che si muovono nell’ambito di una circonferenza chiusa, di una prospettiva, ed essendo tali si annullano nella Realtà Suprema. Ma per comprensione verso tutti gli esseri, i Veda indicano gradi di verità diverse quali la dualità, l’Unità, la non-dualità.

Nel testo filosofico e metafisico della Mandukyakarika di Gaudapada, è detto:

“Il pranava O M è sicuramente il Brahman non supremo e anche il Brahman supremo. O M è senza causa, senza effetto, senza interno e senza esterno, esso è imperituro”. (“Oltre la Danza di Shiva” - La Mandukyakarika di Gaudapada, commentata da Raphael - Ed. Ashram Vidya).

In conformità a quanto esaminato la Trimurti è sì principio di creazione, conservazione e dissoluzione, ma è anche l’indicazione di stati di coscienza, di vibrazione-qualità che parte dal punto di vista universale per giungere ad esprimere, nel particolare, altrettanti modi di essere dei singoli individui.

In ambito più specificatamente “operativo”, l’individuo (jiva) mosso dall’istanza di liberarsi dal dolore e dal ciclo di nascita e morte, con un attento esame di se stesso, può svelare, comprendere e integrare i tre stati dell’essere in sé attraverso le fasi pratiche di purificazione, integrazione e risoluzione-liberazione: porte d’accesso d’ogni ascesi o percorso realizzativo (sadhana). In questo compimento della “traversata dell’oceano del samsara”, portandosi dalla visione egocentrica a quella universale, l’essere infine si immergerà nella Realtà ultima dell’Uno senza secondo.

Nelle Upanisad si afferma che Brahman, nascondendosi nella sostanza, in realtà non ne è toccato: da questo punto di vista Brahma, Vishnu e Shiva, in ultimo, sono i nomi di quell’Uno a-formale, il non-nato (aja), il Brahman supremo senza attributi (Nirguna); Principio immobile, inqualificato e incausato dal quale tutto emana e al quale tutto ritorna.

LE TRE DIVINITA’

Brahma è il primo aspetto della Trimurti la cui qualità fondamentale si esprime nel dominio della materia densa. Attraverso il guna della passione rajas presiede all’emanazione dell’universo, la cui espansione nello spazio è raffigurata dai suoi quattro volti ornati alle sommità da corone divine e orientati verso i punti cardinali, simbolo dei quattro Veda: Est, il Rgveda; Sud, lo Yajurveda; Ovest, il Samaveda; Nord, l’Atharvaveda, dei quali egli è anche il guardiano.

Si dice che Brahma aveva una quinta testa per poter guardare anche in alto, che gli fu decapitata da Shiva. Questo evento è narrato in più leggende, in una delle quali si racconta che la testa recisa di Brahma rotolò nelle mani di Rudra (Shiva) rimanendovi attaccata, così che tutti potessero vedere il peccato di cui si era macchiato – il più grave di tutti – uccidendo un Brahmino. Grazie alla sua natura divina Brahma sopravvisse, ma il dio impose a Rudra di vagare per dodici anni come un mendicante, con il suo teschio in mano.

Quale sommo depositario della scienza sacrificale, nella parte destra Brahma tiene una mano sollevata in cui reca il sacro rosario, simbolo dell’eterno ciclo del tempo, e allo stesso tempo compie il gesto dell’Abhaya-Mudra quale promessa di protezione; nell’altra mano stringe le tavole dei Veda, la Parola divina origine di tutte le forme d’esistenza. Alla sua sinistra porta la brocca, simbolo di vita eterna, e un bocciolo di loto, emblema femminile degli dèi, attributo di fertilità e buona sorte.

Nella Genesi giudaico-cristiana Dio crea occupandosi personalmente d’ogni dettaglio della creazione; Brahma, nella sua funzione di creatore dinamico, non crea il cosmo in tal senso ma attiva un processo di creazione in cui gli elementi che compongono l’universo hanno già in sé il principio della loro esistenza, dando forma al nuovo mondo.

Nel dare impulso alla creazione, Brahma è Kamalasana “colui che è nato dal loto”, siede infatti su un fiore di loto sbocciato dall’ombelico di Vishnu, il quale si risveglia all’alba di un nuovo eone. Come un cordone ombelicale, il loto dal lungo gambo lega simbolicamente le due divinità, lasciando intuire che le energie inconsce di Vishnu sono collegate con la manifestazione attraverso Brahma.

In qualità di Signore dell’origine Brahma è identificabile con le divinità più antiche Prajapati, Signore delle creature; Pitamaha, il Grande Padre; Vishvakarman, Dio Padre; Lokapala-Brahma, Signore delle divinità guardiane; Hiranyagarbha, l’Uovo d’oro Primordiale.

Egli è anche il regolatore del karma, la legge cosmica di causalità dalla quale scaturiscono gli effetti delle azioni, frutto del desiderio (kama) e della passione-collera (krodha). Il termine karma è inoltre sinonimo d’attività, sacrificio e rito. Con queste qualità Brahma, come architetto degli dèi, costruisce un palazzo per i demoni; mentre il Mahabharata racconta che egli diviene la guida del carro da battaglia di Shiva, nella mitica lotta contro l’impero demoniaco degli Asuras. Nella funzione di ministro del culto, si trovano rappresentazioni in cui Brahma con il cucchiaio sacrificale officia il matrimonio di Shiva con Parvati o di Subrahmanya - altro aspetto di Skanda, notoriamente scapolo e figlio di Shiva e Parvati - con la dea Valli.

L’aspetto femminile di Brahma è la sua sposa Sarasvati (“colei che scorre”), il Verbo divino, dea della conoscenza; la Madre dei Veda, Signora della scienza e dell’arte. Da lei prende nome il mitico fiume indiano che scorre ormai sotterraneo. Come dea fluviale era associata anche al principio di fertilità e purificazione. Altri nomi della dea sono Gayatri e Brahmani. Come dea del linguaggio e creatrice dei Mantras, è identificata con i nomi Vac, Vagdevi o Vagishvari.

Secondo alcuni racconti Sarasvati è la figlia di Brahma, Savitri; commettendo un incesto egli l’avrebbe presa in moglie. Questa presentazione immaginifica lascia intuire che la Divinità racchiude una sintesi di polarità - maschili e femminili - avente il suo compimento nel “matrimonio mistico”, altrimenti visto come stato dell’“androgino” o “incesto”.

A differenza delle altre due divinità della Trimurti - Vishnu e Shiva - Brahma non interviene nelle vicende umane e non ci si possono attendere doni, di conseguenza non ha un suo culto specifico e pochi sono i templi a lui dedicati.

Vishnu, secondo aspetto della Trimurti la cui qualità è il guna sattva associato alla compassione e al pensiero puro, è il principio di forza coesiva che mantiene in equilibrio i processi del cosmo, preservandoli dalle forze disgregative.

Con il capo cinto dalla Kirita-Mukuta - la tiara regale -, adornato da sontuosi gioielli quale sovrano ideale, Vishnu è allo stesso tempo il custode della tradizione sacra e il guerriero. Il serpente primordiale del mondo si protende sulla testa del dio, come ombrello protettivo della sua persona.

Nella parte destra, in una mano egli tiene il simbolo di un disco dall’orlo tagliente, il Cakra, che indica la natura solare di Vishnu; il sole nel cielo simboleggia la nascita e il tramonto in un ciclo che si ripete continuamente. L’altra mano destra è sollevata nel gesto dell’Abhaya-Mudra, la promessa di protezione-benedizione. Alla sua sinistra reca in una mano Pañcajanya, la conchiglia, al suono della quale i dèmoni fuggono; nell’altra mano atteggiata in una postura di riposo tiene la clava dorata, simbolo del potere in accordo con la legge universale della natura.

All’inizio di un ciclo cosmico egli appare sdraiato in un sonno contemplativo sul serpente Shesa o Ananta. Vishnu-Narayana, sorvegliato da Garuda, l’aquila che lo accompagna, sogna e progetta la nuova vita. È dunque dalla proiezione del desiderio creativo che nasce dal suo ombelico la prima forma di vita, il fiore di loto, sul quale siede il dio Brahma - seconda emanazione di Brahman - dal quale scaturisce la realtà del mondo fenomenico.

Guardiano del dharma - la Legge divina ed eterna - s’incarna e discende nel mondo tramite i suoi avatara per salvaguardarne la durata e la purezza, in tutte le circostanze in cui si manifestano segni di grande decadimento.

Nel principio onnicomprensivo dell’Amore trovano forza vitale le Tradizioni spirituali legate a Vishnu. La fervente devozione (bhakti) unita al totale abbandono alla Divinità, è considerata infatti una delle vie per raggiungere la liberazione.

Dal racconto della letteratura religiosa dei Purana si narra delle origini del mondo sorto dal vortice del mare di latte; dèi e demoni impegnati nella lotta per ottenere l’immortalità, chiesero soccorso a Vishnu, disteso nel suo sogno contemplativo. Così Vishnu, per mezzo della sua parola, dette forza a tutti coloro che si adoprarono per agitare con forza i flutti del mare del mondo. Una goccia del mare di latte cadde sul suo petto e assunse la forma della dea Sri, sua sposa e controparte femminile nota come Laksmi, dea della prosperità, della buona sorte, della bellezza, della fertilità.

La dea è conosciuta anche con i nomi di Sri , Vaisnavi o Kamala e Gaja-Laksmi. Essendo incarnazione di Vishnu, prende i nomi di Sita come sposa di Rama, ed è Rukmini come sposa di Krishna.

In alcune raffigurazioni ella è accompagnata dalla civetta, animale notturno con capacità di vedere nella fitta oscurità; per inferenza si può dedurre che in questo aspetto la dea simboleggi la chiara visione, che rimuove il velo oscuro dell’ignoranza metafisica.

Shiva, il cui nome significa “benevolo, gentile”, è la terza Persona della Trimurti, ma anche la divinità più ricca di sfaccettature dell’Induismo ortodosso. Lo caratterizza la forza di massa o inerzia del guna tamas - sinonimo d’oscurità - quale principio di distruzione e risoluzione.

Sul capo porta una corona di capelli, il cui intreccio superiore ospita, sulla destra il dio della luna in un emblema a falce di luna, e al centro la dea Ganga, il celeste fiume Gange disceso sulla terra e le cui acque impetuose furono ammansite dal ciuffo del dio. Questi due simboli esprimono qualità di dominio sugli aspetti lunari e di movimento delle acque, riflessi negli aspetti emozionali dell’essere.

Sulla sua fronte, in posizione verticale, brilla un terzo occhio: l’occhio della chiara visione e della consapevolezza dell’Essere. I fianchi avvolti in una pelle di tigre testimoniano la forza delle passioni domate; il suo collo è circondato da un cobra, simbolo di dominio sull’eterna ciclicità del tempo.

Legato al simbolismo del numero Tre, alla sua sinistra il dio reca Trisula, il tridente, asse dell’universo esprimente il potere sui tre stati-guna; l’altra mano tiene la brocca portatrice del nettare dell’immortalità, simbolo di saggezza. Alla sua destra, anche Shiva come Brahma e Vishnu solleva una mano nel gesto dell’Abhaya-Mudra, la promessa di protezione-benedizione; l’altra mano reca Aksamala, il rosario di Rudraksa, simbolo dell’eterno ciclo del tempo.

Come fuoco che tutto divora, egli provoca la morte dissolvendo periodicamente il cosmo, così da consentire la rigenerazione della materia cosmica e prepararla ad una nuova alba dell’essere; all’apparenza terribile, Shiva rivela il suo aspetto benefico e misericordioso nella contemporanea distruzione dell’avidya: l’ignoranza metafisica in cui tutti gli esseri sono immersi, e a causa della quale saranno sospinti verso un nuovo ciclo di nascita e morte. In quest’ordine di cose, è concesso a tutte le creature e alle cose create un periodo di riposo e ritiro dal flusso dinamico, per la durata di un pralaya.

La varietà delle manifestazioni-rappresentazioni di Shiva, il Signore dai mille e otto nomi, simboleggia e abbraccia la sintesi di tutte le polarità; per restare in tema alla Trimurti, ricordiamo alcuni suoi aspetti di distruttore.

Sin dall’epoca pre-aria, Shiva era conosciuto sotto il nome di Rudra, il venerabile dio delle tempeste. Come espressione del Signore distruttore di kama, il desiderio, egli è Kamantaka-Murti; nel suo aspetto di dio adirato ha il nome di Ugra; è inoltre conosciuto come Mahakala, la grande morte; Hara, l’annientatore; Bhairava, il tremendo.

In Batuka-Bhairava reca una calotta cranica, è accompagnato da un cane - simbolo di impurità - e dai margini delle sue labbra spuntano piccole zanne; il culto di questo aspetto di Shiva si dice protegga da una morte innaturale. In Aghora-Murti, egli è rappresentato con otto, dodici o trentadue braccia, simbolismo evidente dei suoi molti attributi.

Egli è Sadashiva dalle cinque teste, venerato sotto il nome di Pañcamukha-Parameshvara, l’eterno Signore, l’Inconcepibile, al tempo stesso trascendente e immanente. In lui si accordano i principi fondamentali della totalità del cosmo e tutti i cinque aspetti della manifestazione: coscienza, beatitudine, conoscenza, desiderio e attività. Come Mahadeva, per la sua potenza e determinazione nell’assumere il compito di distruttore delle tre città (i tre mondi o guna), è il più grande di tutti gli dèi.

La storia narra che Shiva, immerso in una profonda pratica ascetica, fu raggiunto dalla freccia della passione di Kama e s’innamorò di Parvati, la figlia della montagna di Himavat, che divenne sua sposa. L’energia femminile di Shiva espressa nella coppia Shiva-Parvati è posta in evidenza a sostegno del principio dell’unità dei sessi, ove per tale principio si intende l’integrazione di ogni aspetto duale del pensiero umano, quale uomo-donna, nascita-morte, inzio-fine, bene-male, schiavitù-liberazione e così via.

Secondo la concezione degli Shaktas - cultori della dea (Devi) quale sommo principio divino - la dea rappresenta la sposa cui Shiva è sottoposto e senza la quale sarebbe un corpo inerte; di conseguenza ella si incarna in tutti gli aspetti possibili dell’esistenza e ha molti nomi. Nei suoi aspetti terrifici è Durga, l’invincibile nemica dei demoni; Devi, sintesi di ogni aspetto femminile del divino; Kali o Bhavani, la forza disgregatrice e trasformatrice.

Ma è anche la Madre divina Daksayani, che si getta nelle fiamme dello Yaga, per il disonore causato al suo Signore dal padre di lei. Come Annapurna, la sostentatrice, è “colei che è ricca di cibo”. Santoshi, è l’aspetto della Madre prodiga di doni della terra. Sri Kamaksi o Sri Shivakamasundari, è l’aspetto di colei che tiene la mente e i sensi sotto controllo, purificatrice del cuore. Ed è Sri Minaksi dagli occhi di pesce, cioè amorevoli, come emblema del principio dell’Amore.

L’origine della vita intesa come unione del principio acquatico-umido-femminile (la dea) con il principio igneo-caldo-maschile (il dio) - quindi come Padre e Madre universale – è rappresentata in Shiva anche negli aspetti di Ardhanarishvara, metà uomo e metà donna; oppure metà Shiva e metà Parvati, e ancora, sul piano del simbolismo impersonale, come lo Shivalingayoni.

Gabriella Piazza

 

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Aggiornato il: 12 settembre 2002