Il Sacro - Il tempo e la parola

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Il Sacro - Il tempo e la parola

5 Aprile 2005

Il sacro nel tempo, i tempi sacri. La parola. I testi sacri.

Rav Babhbout

Lezione tenuta al “Tempio dei giovani” o piccola sinagoga nell’isola tiberina.

Ieri abbiamo parlato soprattutto dello spazio e avevamo cominciato a vedere un pochino il problema di come il tempo viene consacrato. Abbiamo detto esistono diverse gradazioni di sacro nel tempo, vediamo di approfondire questo aspetto. Intanto una delle cose fondamentale per l’ebraismo come viene presentato nella Torà, è che la creazione del mondo, anziché essere ricordata con un oggetto particolare, un posto particolare, un tempio particolare, viene ricordata con il sabato. Il sabato è il ricordo della creazione. La differenza tra il sabato e le feste è che mentre il precetto di ricordare il sabato è presente nel quarto comandamento che dice “Ricordati del giorno del sabato per santificarlo”   ,non è scritto osserva le feste. La differenza tra il sabato e le feste è che la santità del sabato è proclamata direttamente da Dio; è Dio che proclamò, consacrò il settimo giorno. Mentre per quanto riguarda le feste, la consacrazione avviene direttamente da parte dell’uomo; infatti, è l’uomo che stabilisce come il calendario delle feste si caratterizza.

Torniamo un momentino sul calendario perché devo dire alcune cose che ieri non ho detto. Il calendario è lunisolare, però non è solo un fatto formale, perché la festa di Pasqua, Pesah deve cadere in primavera, cioè questo collegamento col sole e con la luna è qualcosa di più. In realtà, qui, la differenza tra il sole e la luna è che il sole rappresenta un astro che è fisso in qualche modo, anche se come sappiamo, nella galassia il sole si muove ecc., però sostanzialmente è la terra che gira intorno al sole. Il sole è un astro, come dicono i Maestri, che sorge e tramonta; cioè non è possibile avere la luna di giorno e il sole di notte, a meno che uno non sia al polo nord o al polo sud. Normalmente il sole sorge e tramonta; la luna invece è caratterizzata dal fatto che spesso la vediamo anche di giorno, quindi vuol dire che la luna in realtà non tramonta mai, questo è il primo aspetto. Il secondo aspetto della luna è che, la luna ha una serie di cambiamenti nel corso del mese, mentre il sole è sempre quella palla di fuoco che vediamo, cambia continuamente attraverso le varie fasi lunari. Questa capacità naturale insita nella luna di cambiare è un fatto importante nella tradizione ebraica; per dire creazione in ebraico, si può dire in due modi, primo modo è brià, creare, l’altro modo è invece hidush, rinnovare. L’altro modo col quale viene tradotta la parola creare, rinnovare, rinnovamento si dice, specialmente i filosofi medievali dicono, hiddush a olam, rinnovamento del mondo. Il fatto di dire che uno non segue soltanto il processo del sole, ma segue anche la luna, trae un’affermazione fondamentale; cioè che, così come la luna ha la possibilità di rinnovarsi, di cambiare, anche l’uomo ha questa possibilità. In realtà noi pensiamo che l’uomo ha la possibilità di cambiare di rinnovarsi, che la creazione non è un processo meccanicistico in cui in un certo senso tutto quanto è stabilito a priori, ma c’è la possibilità di cambiare. In una delle benedizioni si dice che, quando si fa la benedizione sulla luna una volta al mese quando c’è la luna nuova (cioè qualche giorno dopo, si fa una benedizione sulla luna), “così come la luna ha questa capacità di rinnovarsi, anche l’uomo ha la capacità di rinnovarsi” e, sostanzialmente che niente è definito, è destinato a priori. L’uomo può cambiare, può cambiare la sua vita, può cambiare il carattere, può cambiare praticamente tutto. Questa capacità è l’unica che fa si che l’uomo effettivamente sia veramente libero, perché se l’uomo non fosse libero non potrebbe veramente cambiare, non è che il destino è stabilito una volta per tutte, l’uomo può cambiare il suo destino, può cambiare la sua storia. Questo noi lo troviamo nel calendario in modo particolare perché, mentre possiamo dire che il calendario solare sarebbe sostanzialmente fisso che l’anno è quello che è, il calendario lunare in realtà è un calendario mobile, è molto complesso. Non vi racconto esattamente come viene definito, come si costruisce questo calendario, ma diciamo che gli Ebrei non erano astronomi però avevano degli astronomi su cui basarsi che erano i Greci i Babilonesi ecc. quindi, hanno costruito un calende lunario. In realtà un calende lunario che tiene conto sia delle stagioni che delle lunazioni e i mesi sono mesi lunari non mesi solari; perciò abbiamo detto che il fatto che nel calendario solare sia stato inserito il mese è un fatto soltanto perché una volta tutti quanti adoperavano soltanto il mese lunare. La difficoltà sta nell’adattare il mese lunare con l’anno solare.

La differenza fondamentale tra il sabato, tra la santità del sabato e la santità delle feste, è che il sabato è definito a priori da sempre. L’unica consolazione è che l’uomo può aggiungere qualcosa, anzi è bene che aggiunga qualcosa prima del sabato e dopo il sabato perché noi non possiamo misurare il tempo al secondo, quindi dobbiamo fare un po’ prima e un po’ dopo. Per quanto riguarda le feste, è proprio l’uomo a stabilire quando cadono le feste, è un operazione complessa perché si tratta di mettere insieme la luna e il sole; la luna e il sole che sono anche due aspetti contrapposti in quanto la luna è quella che subisce l’influenza del sole e il sole è il centro, possiamo dire che il sole, in questo modo, rappresenta colui che da la luce alla luna, e la luna è, simbolicamente nella tradizione mistica ebraica, quella che rappresenta sia la donna che Israele. Israele è rappresentato come la luna, perché è rappresentato come la luna? perché effettivamente subisce questa influenza che viene direttamente da Dio, la luce, di cui il popolo ebraico usufruisce, è una luce che gli proviene da Dio, non è una luce propria. Quindi lo shabbath, il sabato in quanto tempo, è qualcosa che è stabilito direttamente da Dio. La benedizione del sabato, quando si fa la benedizione sul vino, dice “benedetto Tu o Signore che consacri lo Shabbath”. La benedizione che si dice per le feste è, “benedetto Tu o Signore che consacri Israele e le feste”. Chi è che stabilisce quando è la festa?, non è Dio è Israele, è il beth din il tribunale, i rabbini di un tempo, è l’uomo che stabilisce quando cadono le feste. Vi ricordare quello che vi ho raccontato? “che ad un certo punto gli Angeli vanno da Dio e gli chiedono “quando è capodanno?”, “non chiedete a me, andate giù e chiedetelo a l’uomo””. Quindi c’è una differenza sostanziale tra la sacralità del tempo del sabato che è la massima sacralità e quella delle feste che è un po’ più bassa e, notate, quando una festa cade di sabato, si dice “benedetto Tu o Signore che consacri il Sabato, Israele e le feste”. Si sottolinea sempre che la santità del sabato è la santità che deriva dal momento della creazione, e l’uomo non lo può cambiare non può effettivamente sostituire al sabato un altro giorno feriale. Il sabato è fissato dalla creazione e l’uomo non può intervenire su questa sacralità. C’è una storiella che dice “Rabbiutà era molto amico di Antonino Pio e una volta lo invita al pranzo sabbatico. Antonino Pio mangia delle cose molto buone, tutto contento….; Viene nuovamente invitato in un giorno feriale e alla fine del pasto Antonino Pio dice: “questo pasto è buono ma quello dell’altra volta era migliore, c’era qualche spezia, qualcosa in più che non c’è questa volta”, Rabbiutà gli rispose che lì mancava il tablin dello shabbat, -mancava la spezia del sabato-“. Effettivamente non è soltanto il cibo in sé ma è l’atmosfera che accompagna il cibo, c’è una differenza sostanziale tra i pasti del sabato e i pasti degli altri giorni, anche se uno dovesse mangiare le stesse cose.

Faccio una breve domanda -se uno dovesse in qualche modo definire il tempo così come viene organizzato nell’anno solare- si chiedesse: “esiste una linea conduttrice, un elemento portante di questo tempo oppure no? -cioè se uno considera l’anno come una unità,- la domanda è che se in questa unità c’è un’idea che in qualche modo la sostiene, oppure, in questa unità ci sono vari elementi, vari mesi, ma non c’è una relazione tra un giorno e l’altro, sono messi un po’ così, ci sono delle feste che sono di carattere civile, di carattere religioso, la domanda è: “c’è un elemento che le unisce?, c’è un idea portante?”, questo vale per il calendario, calendario solare, c’è un’idea portante per quanto riguarda il tempo così come è organizzato nel calende lunario ebraico?” 

Sentiamo cosa avete da dire sulla prima domanda, che può essere sia personale che basata sui fatti; c’è un’idea portante che accompagna la persona nel corso dell’anno dal primo giorno fino alla fine dell’anno?, c’è un idea che in qualche modo è sottesa, che da un senso a tutte le cose che uno fa, che ha a che fare con il tempo così come scorre in questo anno che fanno una unità, vediamo all’anno come una unità?

- silenzio

 Diciamo così, in effetti è molto difficile, la mia impressione generale, e questo lo dico ma naturalmente sono anche pronto a discuterlo, è che non esista un’idea portante dell’anno; ci sono delle feste, ma queste feste non sono tra di loro collegate in maniera intima. Per quanto riguarda il calende lunario ebraico c’è una unità intima che adesso vi racconterò in cosa consiste, che unisce tutto l’anno, c’è un’idea che sostanzialmente fa si che il tempo così come viene vissuto, come si trascorre ecc., è qualcosa che non lascia niente al caso; c’è una mishnà, un insegnamento famoso che dice l’anno ebraico ha quattro capi d’anno. Un capo d’anno è quello che incomincia a primavera, tra qualche giorno, domenica prossima è uno di questi capi d’anno; c’è un altro capo d’anno che inizia sei mesi dopo, il primo di Tishrì, ovvero il settimo mese; poi ci sono altri due capi d’anno e su questi due non c’è nessuna discussione sono tutti d’accordo che quei due sono capi d’anno, uno inizia al primo del mese della lunazione che sta per venire e l’altro una lunazione che cade fra sei mesi.

Su gli altri due capi d’anno, che adesso vi grazio non ne parliamo, c’è invece una discussione su quando cadono questi capi d’anno, perchè hanno a che fare con la vita agricola con la vita degli animali; c’è una discussione su quando si debba considerare il capodanno; anche noi siamo abituati a diversi tipi di capo d’anno. Il primo aprile è il capodanno economico, quindi questa idea qui c’è che ci possano essere vari inizi. In Sardegna capi d’anno è un mese che non è gennaio, capi d’anno è settembre. In effetti in molte culture, il mese iniziale poteva cadere o in primavera o in autunno, dipendeva dalle situazioni diverse, per esempio in Egitto che era un economia basata sul Nilo sostanzialmente o anche in Babilonia con un economia basata sul Tigri e l’Eufrate il capodanno cadeva in primavera, nella terra di Canaan, in Israele, invece, il capodanno cade proprio nel periodo di settembre. Un capodanno che cade in settembre perché la vita agricola dipende dalle piogge che cadranno da settembre ottobre in poi, il calende lunario ebraico ha preso tutti e due questi capi d’anno, il capodanno della primavera e il capodanno dell’autunno; ma cosa significa questo, in pratica quali sono le conseguenze di questa decisione?, cerchiamo di analizzare bene che cosa c’è nell’anno ebraico, come viene diviso il tempo; oltre che essere diviso in mesi, settimane, ci sono dei giorni speciali che vengono segnalati: il primo del mese, il decimo del mese, il quindicesimo del mese. Il primo del mese è capodanno, che ricorda sostanzialmente, come dice la Torà, (esodo capitolo 12), “questo mese è per voi il primo dei mesi”, gli Ebrei stanno per uscire dall’Egitto quindi possiamo dire che la storia ebraica inizia il mese in cui gli Ebrei escono dall’Egitto, lì comincia la storia del popolo ebraico. Anche se gli Ebrei esistevano prima a livello di gruppo, singoli e così via, la storia del popolo ebraico comincia nel momento in cui gli Ebrei diventano un popolo libero, prima erano degli schiavi, solo al momento in cui sono liberi comincia la loro storia. Possiamo dire che il mese di Nissan che sta per iniziare, è il mese in cui gli Ebrei ricordano la propria storia, l’inizio della storia del popolo di Israele, è il primo giorno del mese. Il decimo giorno del mese è il giorno che ricorda, sempre secondo esodo 12, il giorno in cui gli Ebrei sono stati invitati a prendere il capretto per fare il sacrificio pasquale che doveva essere consumato il 15 del mese. Il 15 del mese ricorda l’uscita degli Ebrei dall’Egitto. Abbiamo visto in sostanza che c’è un processo che parla della decisione di liberare il popolo di Israele, c’è poi una decisione importante che è quella di prendere il capretto e fare un’azione dimostrativa rispetto agli Egiziani che consideravano ancora gli Ebrei un popolo schiavo, è quello di fare il sacrificio pasquale e poi di prendere parte del sangue e di segnare gli stipiti delle porte all’esterno, e non all’interno, perché effettivamente in questo modo gli Ebrei prendevano coscienza della propria identità –non siamo Egiziani-. Gli Ebrei fanno questa azione dimostrativa che viene fatta proprio, iniziando con la preparazione dell’agnello, il decimo del mese, e, questa uscita degli Ebrei non è soltanto in funzione di una decisione divina ma anche di una presa di posizione che fa il popolo. Così comincia quello che è il periodo pasquale che dura 7/8 giorni, a seconda di dove uno si trova; cosa succede dopo? Secondo quanto scrive la Torà (Levitico cap.23) gli Ebrei dovevano contare 49 giorni e finalmente al 50mo giorno avrebbero ricevuto la Torà, la Legge, l’insegnamento, la rivelazione; il 49mo giorno si preparano a ricevere la Legge. Gli Ebrei erano stati liberati fisicamente, avevano conquistato la libertà, però la libertà non è solo un fatto fisico ma anche spirituale. Non c’è libertà se non c’è anche una legge che stabilisce anche i limiti di questa libertà, i limiti della libertà individuale ecc..; quindi c’è una preparazione di 49 giorni che non è un numero casuale, sono sette settimane intere, al quale tra l’altro si rifà Pentecoste; Pentecoste il 50mo giorno, e quindi la festa di Shavuot delle 7 settimane detta anche Pentecoste cade esattamente al 50mo giorno dopo l’uscita dall’Egitto. Possiamo dire che questi primi tre mesi, dal momento in cui viene proclamato che gli Ebrei usciranno l’uscita e poi la rivelazione il giorno delle legge, rappresentano il racconto del percorso storico dell’identità nazionale l’individuazione possiamo dire del popolo. Nei mesi successivi, nella tradizione biblica non ci sono altre feste.

Il primo del settimo mese è considerato dalla tradizione come capodanno, in che senso è capodanno? Possiamo dire è il capodanno civile, perché secondo la tradizione il mondo sarebbe stato creato il 25mo giorno del mese precedente, siamo al mese di Elul. Il mese è di 29 giorni e dunque 1. venticinque, 2. ventisei, 3. ventisette, 4. ventotto, 5. ventinove, primo del mese successivo che è il sesto giorno del mese della creazione. Secondo quanto è scritto nella Bibbia, chi viene creato il sesto giorno? –l’uomo-. Quindi il giorno di capodanno, nella tradizione ebraica, ricorda la creazione dell’uomo. Questo fa si che il capodanno che inizia il settimo mese è un capodanno universale che, non riguarda più solo il popolo ebraico ma, riguarda tutte le genti; intorno a questo si possono dire tante cose ma, tutto quello che viene poi raccontato, nella liturgia, nella tradizione e così via, la cosa fondamentale è che secondo la tradizione il primo giorno del settimo mese ricorda la creazione dell’uomo. Il decimo giorno di questo mese, che nella tradizione ebraica corrisponde al giorno di Kippur che è una festa universale, non è esclusivamente ebraica, ed è una festa in cui gli Ebrei si preparano a ricevere la festa successiva ovvero la festa di Sukkoth, ovvero la festa delle capanne.

Lo scopo fondamentale della festa di Kippur è quello di purificare le persone, purificare l’ambiente, l’ambiente in questo senso è il Beth ha mikdash, il santuario; rendere il santuario adatto a ricevere le moltitudini che si sarebbero presentate nella festa delle capanne. La festa delle capanne nella tradizione ebraica ha vari significati, ma il significato più importante è che ricorda o annuncia “le capanne che verranno costruite come capanne di pace per tutti gli esseri viventi” . Non c’è niente di più insicuro di una capanna e se uno può vivere dentro una capanna, tranquillo, vuol dire che c’è una situazione di pace universale, non c’è bisogno di chiudersi dentro delle mura, ci si può confidare sul fatto che una capanna è sufficiente per vivere, sopravvivere.(Zaccaria ultimo capitolo). Un’altra idea si trova per quanto riguarda la festa delle capanne è che i sacrifici che venivano fatti al santuario, quando c’era il Tempio di Gerusalemme, erano in numero esatto di settanta sacrifici. Come mai 70?. Erano divisi in sette giorni, si cominciava con il primo giorno 13, poi 12, 11, 10, fino ad arrivare a 70; perché 70, numero simbolico,rappresenta il numero dei popoli della terra; come dire che, in questi giorni di capanne, gli Ebrei rappresentavano sacrifici non per sé stessi ma in segno di favore per tutte le genti. La festa delle capanne ricorda quello che è scritto in Zaccaria, “le genti verranno a festeggiare la festa delle capanne, Sukkoth, al Tempio di Gerusalemme”, poi ricorda anche il fatto di quello che gli Ebrei facevano in questi giorni, quando c’era il Tempio di Gerusalemme, “i 70 sacrifici in favore degli altri popoli”; così come nel primo mese abbiamo il primo, il decimo, il quindicesimo, abbiamo anche in questo caso esattamente la stessa struttura. Il primo è Rosh ha shanà, capodanno, il decimo è il giorno di Kippur, il quindicesimo è la festa delle Capanne. La festa di Pasqua che comincia tra poco, il 15, dura sette giorni e la festa di Sukkoth dura sette giorni. Quindi, vedete che abbiamo una struttura esattamente paritetica nei primi sei mesi, che poi sono praticamente i primi tre mesi, e nei secondi sei mesi c’è un piccolo dettaglio, un piccolo particolare che in realtà a questo punto perché il parallelismo sia completo ci aspetteremmo di contare 49 giorni per arrivare alla Pentecoste, a Shavuot come nel primo periodo, e invece no, non c’è subito questa immediata corrispondenza, perché?; c’è una festa che si chiama la festa di chiusura, però è attaccata immediatamente alla festa delle Capanne, come mai attaccata alla festa delle Capanne? Perché, supponiamo che gli Ebrei avessero dovuto contare 49 giorni a partire da Settembre, quest’anno il capodanno cade il 4 o5 ottobre, quindi ottobre, novembre, dicembre, più o meno all’inizio di dicembre, chiaramente stagione delle piogge, nessuno si sarebbe presentato al Tempio di Gerusalemme; quindi realisticamente questa festa è stata anticipata e messa immediatamente dopo la festa di Sukkoth in maniera tale che i pellegrinaggi sono tre, Pasqua, Pentecoste e la Festa delle Capanne. Sono i Maestri a dire che la festa è stata anticipata proprio per evitare che a causa delle stagioni delle piogge, la festa di chiusura improvvisamente rimanesse deserta. Pentecoste, nella tradizione ebraica viene chiamata anche festa di chiusura, Azeret che significa chiudere.

Quale è la differenza tra il primo ciclo e il secondo ciclo?, abbiamo visto che il primo ciclo ha come funzione quello di organizzare il tempo per quanto riguarda l’identità, l’individuazione del popolo, l’uscita, la liberazione del popolo di Israele e la legge. Per quanto riguarda il secondo periodo abbiamo detto che il primo del settimo mese ricorda la creazione dell’uomo, abbiamo fatto i calcoli che secondo la tradizione proprio in quel giorno, simbolicamente, è stato creato l’uomo. Quindi c’è un parallelismo, un equilibrio, tra l’identità nazionale, individuale e l’identità invece umana che inizia con il primo del settimo mese. Come dire che, per essere un Ebreo, per essere veramente uomo, prima deve essere Ebreo; se ha acquisito completamente la propria identità ne può fare strumento al servizio dell’uomo, perché questo poi si collega con l’inizio della storia del popolo di Israele e Abramo, viene scelto non per svolgere una missione individuale ma, viene scelto perché benedetto “poiché attraverso di te benedirò tutte le genti della terra” come a dire che quello che faceva lo faceva, lo faceva per tutta l’umanità. Quindi il tempo, possiamo dire, che era la nostra domanda iniziale, esiste una linea conduttrice? Non abbiamo ancora risposto a questa domanda ma penso ci stiamo avvicinando al fatto che comunque le feste non sono messe lì a casaccio, hanno una loro struttura. Il tempo viene organizzato in maniera tale che non si lascino le cose in maniera tale che non esiste una relazione tra un tempo e l’altro; passato un certo tempo io mi aspetto che arrivi un altro tempo; passato il tempo della liberazione mi aspetto il tempo della legge; passato il tempo della legge individuale, mi aspetto il momento della creazione dell’uomo e poi l’espiazione e quindi la purificazione e quindi la festa di Sukkoth, la festa Universale. Quale è la funzione a questo punto dell’ultima festa? la festa di Chiusura, di cui parlavamo prima?, sostanzialmente quello che viene osservato è questo: che il primo giorno si presentano 13 sacrifici, il secondo 12, poi 11 ecc., dopo l’ottavo giorno io mi aspetterei, 7, 6, invece non è così. Dopo 7 arriva 1, come mai un solo sacrificio? Perché dopo che uno ha assunto su di sé, prima si è individuato, poi ha assunto questa individuazione in funzione della sua funzione anche universale, umana, generale, finalmente l’ultimo giorno torna a sé stesso. Quindi è necessario sempre trovare un equilibrio tra la propria ebraicità e la propria umanità; uno deve essere uomo ed Ebreo nello stesso tempo, quindi osservare le mitsvoth, le leggi, e nello stesso tempo però sapere, essere sempre consapevole, che non sono leggi che hanno come funzione fondamentale quella di dividere Israele dagli altri popoli, anzi, quello che fa Israele come popolo lo fa per metterlo a servizio degli altri.

Tornando alla nostra domanda: esiste nell’anno ebraico un’idea che in qualche modo unisce, fa da base dell’anno ebraico?. Abbiamo detto che la festa di Pesach è la liberazione fisica del popolo di Israele, da schiavi diventano liberi, la Pentecoste ricorda che la vera libertà si acquisisce soltanto quando c’è una legge; non esiste una libertà fuori dalla legge perché la mia libertà finisce dove c’è anche la libertà dell’altro quindi ci deve essere un rapporto e quindi passiamo dalla libertà fisica a quella spirituale e qui siamo nel campo però dell’individuazione del popolo di Israele. Nel secondo periodo questo concetto di libertà lo ritroviamo nuovamente ma collegato questa volta alla festa di Sukkoth. Quale è la libertà che si acquisisce alla festa di Sukkoth? tra i significati della Festa delle Capanne c’è il significato della Festa del Raccolto. Si faceva questa festa quando era finito il raccolto e uno tornava nella capanna e che cosa ricorda questo? che la libertà fisica è bella, la libertà spirituale è ancora più bella ma, se non c’è la libertà economica, libertà dal bisogno, anche le altre libertà contano poco; quello che dicono i chachamim è “Im ein kemach ein Torà”, “ Se non c'è farina non c'è Torah”, perché se uno deve pensare a sopravvivere, non ha di che mangiare, qualsiasi tipo di libertà è illusoria. Possiamo dire che il concetto che in qualche modo sottende tutto l’anno ebraico è questo processo di non libertà soltanto in senso fisico ma, in tutti questi sensi, anche di redenzione. Lo scopo fondamentale dell’anno ebraico è mettere in moto un processo redentivo che inizia dalla redenzione, liberazione del proprio fisico per arrivare poi lentamente a quello universale; stiamo parlando del tempo, di come è strutturato il tempo nella tradizione ebraica. Abbiamo detto che ci sono tempi diversi; c’è il tempo assoluto che è il sabato, c’è poi il tempo relativo che è quello delle feste, ma il tempo relativo ha questa caratteristica che è strutturato in un certo modo. La cosa più interessante però che, a causa di questo spostamento della festa di Chiusura, dal nono mese al settimo mese praticamente fino adesso, c’è una forte concentrazione di feste tutte nel settimo mese, perché abbiamo capodanno, poi abbiamo la festa dell’espiazione, poi la festa delle capanne, abbiamo la festa di chiusura, quindi un mese particolarmente pieno di feste. Non a caso questo mese è il settimo mese, e qui torniamo al fatto che l’idea è che il tempo assoluto è soltanto il tempo del sabato. Il tempo delle feste si può in qualche modo avvicinare al tempo del sabato, ma non sarà mai il tempo del sabato. La festa più importante secondo la tradizione ebraica non è il giorno dell’espiazione ma è il sabato perché è facile digiunare una volta all’anno, è difficile osservare 52 sabati ogni anno; quello che da questo ritmo settimanale, che fa la differenza effettivamente, in cui uno fa una separazione netta tra, quello che è il hol e quello che è il chodesh, sacro e il profano, fermo restando però che nell’ebraismo questo sacro e profano non sono mai assolutamente così staccati, sono uno in preparazione dell’altro, uno genera l’altro. La parola chol, profano, se andiamo a esaminare la radice, è la stessa radice della parola che indica anche generare, perchè in effetti il chol genera il kodesh, il profano genera il sacro e quindi non c'è uno stacco tra il sacro ed il profano anzi, addirittura abbiamo visto che nel sabato uno può anticipare un po’ prima e trasformare il profano in sacro, aggiungere un certo numero di minuti al sacro, alla santità del sabato. Abbiamo visto che, anche se questo tempo non è assoluto però il fatto che queste feste siano così concentrate da al settimo mese un significato particolare che, diventa quasi un mese sabbatico, possiamo dire, anche se non è così, è un mese nel quale c’è una concentrazione di tempi sacri.

Spero di aver risposto alla domanda che ho posto.

 Lo scopo del sabato è quello della rinuncia alla creazione. La consacrazione del tempo è un concetto positivo che non è solo l'astensione dal fare certe cose. Di sabato e nei giorni di festa l'ebreo si astiene dal fare alcune cose, una serie di attività che hanno lo scopo di dimostrare il dominio dell'uomo sulla natura, trasformandola e a volte dominandola mentre un giorno alla settimana ci dobbiamo astenere dal dominare, dal trasformare e dal creare; vuol dire che la creazione è spostata dall’esterno verso l’interno, quindi come dire che, piuttosto che conquistare l’ambiente esterno come facciamo tutti i giorni della settimana, dobbiamo conquistare l’ambiente interno che vuol dire sia sé stessi, che sé stessi visti in funzione della società, di come il sabato è una giornata in cui vengono rispettate alcune norme e di conseguenza c’è anche il tempo poi per fare tante cose che uno non fa durante la settimana che è quello di parlare all’interno della famiglia. Il pasto del sabato è importante perché c’è appunto tutta una parte dedicata allo studio, in parte alle preghiere, ai canti; si canta anche a tavola e questa è una delle cose che è difficile capire se non la si vive. Se uno non ha l’occasione di vedere un sabato non capisce cosa è il sabato, è quello che diceva Antonino Pio “c’è un sapore particolare”; questo sapore non è un cibo fatto per il sabato, anche se è lo stesso cibo, perché in realtà tutto quello che c’è intorno al cibo fa del sabato una giornata diversa. In un certo senso abbiamo detto che il tempo assoluto è il sabato, un tempo relativo è quello delle feste, che però tutte quante concorrono in qualche modo a far si che l’uomo si muova verso un processo redentivo. La tradizione ci dice che, se il popolo ebraico rispettasse in tutti i suoi precetti due soli sabati consecutivamente arriverebbe alla redenzione; questo per dire che l’osservanza del sabato non è semplice perché, non è soltanto un fatto tecnico, è anche un fatto spirituale profondo cui uno deve trovare questa consacrazione del tempo che non riguarda più soltanto l’esterno, ma riguarda l’interno. Quindi, c’è sempre un gioco, un rapporto tra la consacrazione del tempo come natura, che è il tempo che inizia Tishrì nella seconda parte del mese, e il tempo come storia; in effetti la cultura ebraica, l’ebraismo è la prima religione in assoluto che ha fatto della storia il punto centrale del vivere ebraico, del vivere religioso, perché tutte le feste hanno un significato religioso, un significato storico, o individuale o universale. Quando parliamo della creazione dell’uomo e, non la creazione del creato, quello che importa è la storia dell’uomo, questo è il punto centrale. Per questo motivo il tempo è importante, perché il tempo è una sequenza di eventi, dove ogni evento ha un significato specifico, come ogni momento dell’anno ha un significato specifico. Tornando al discorso che abbiamo fatto ieri, -il rapporto tra spazio e tempo- cosa è più importante, cosa prevale lo spazio o il tempo? Ieri abbiamo parlato dello spazio, del santuario, del tempio ecc. evidentemente non c’è dubbio che per l’ebraismo è il tempo quello che da senso allo spazio. C'è una differenza sostanziale tra lo spazio ed il tempo ed è che lo spazio in qualche modo, come dice Heschel, divide, mentre il tempo unisce. Lo spazio è qualcosa che uno può occupare in maniera assoluta, se uno è seduto su una sedia, solo lui è seduto sulla sedia nessun altro può occupare quella sedia, posso condividere uno spazio più ampio però poi ognuno sta ad un certo posto. Mentre il tempo, lo stesso istante, ma in maniera diversa, può essere condiviso. Quindi il tempo rappresenta quello che Fromm chiama Essere, lo spazio Avere. Per questo motivo il sabato è più importante dell’Avere, perché il Tempo è più importante dello spazio, il tempo assoluto ma anche il tempo così come uno lo vive come tempo redentivo che inizia il primo di Nissan e poi va avanti dalla primavera fino all’autunno.

 Prof. Colafato - Una richiesta di riflessione su questo punto del sabato e del tempo, che mi sembra condivisibile. Il fatto che il tempo possa unire a condizione che il tempo sia conosciuto nel profondo, mi pare che su questo punto ci possa essere un incontro tra persone, fedi, anche il così detto dialogo interreligioso. Certamente questo dialogo molto spesso è legato a occasioni di tipo istituzionale o a problemi sociali, per esempio tu ieri anche parlavi del problema della bioetica, ci sono tantissime occasioni, ma sono, non per sminuirne l’importanza, dettate dalla vita sociale, dettate dalle scadenze importanti della vita associata e istituzionale, a fianco a questo, mi sembrerebbe molto più importante la possibilità di un incontro e di una riflessione sul tempo. Questa veramente potrebbe rappresentare un tema di crescita spirituale, il tempo inteso come tempo nel quale ci si attiene dal fare, in cui ci si dedica alla interiorità e non è come tu dicevi prima, almeno così ho inteso, un’attenzione passiva, ma è il dinamismo dello spirito. Allora se si intende il tempo come dinamismo dello spirito, come partecipazione attiva ad una crescita interiore questo mi sembrerebbe poter essere un terreno di comunicazione, chiamiamola pure, sacra.

 Rav Bahbout -Si sono d’accordo, il tempo è condivisibile, c’è spazio nel tempo

 Dal pubblico -Mi viene in mente una lettura, che è uno studio o una comparazione più o meno tra mondo hindu e mondo ebraico, a proposito del tempo e dell’idea dell’individuo storicamente collocato in etnia e in uno spazio, invece religioni come la cristiana e come la buddista che non hanno affatto questa dimensione e sono universalistiche. Quindi l’incontro fra queste due mentalità è un incontro difficile, almeno a me pare difficile.

 Risposta - Sono due tipi di un universalismo diverso e qui entriamo in un discorso del proselitismo. L’ebraismo non è una religione conversionista, nel senso cioè che non tende programmaticamente a convertire gli altri, non è il proprio dna quello di convertire gli altri. Il cristianesimo ha come obiettivo, evangelizzare il mondo, tutti quanti. Sono due modi di vedere e di affrontare la realtà, ma sono universalisti in modo diverso. L’universalismo ebraico è un universalismo che come ho detto prima parte dal particolare per andare nell’universale, il secondo punto è, un universalismo, che può essere universale senza rinunciare alla sua identità. Se uno è nato in Honduras, o in qualsiasi altro paese, paesi che sono stati poi evangelizzati dalla Chiesa, può tranquillamente avere la sua identità specifica ed essere universale; l’universalismo non è in antitesi con l’individuazione. Il pericolo dal punto di vista ebraico è che, se uno perde la propria individuazione, l’universalismo in qualche modo è più astratto e non concreto. Secondo l’ebraismo non c’è nessuna pretesa di possedere un'unica verità, nel senso che, gli Ebrei hanno la loro legge, la loro osservanza ecc., esistono delle leggi universali che non sono ebraiche, sono precedenti alla legge ebraica. Secondo la tradizione Talmudica esistevano 7 norme universali a cui tutti i discendenti di Noè si devono attenere, sono sette norme universali che possiamo dire, quasi un diritto naturale; uno può essere un noachide senza essere Ebreo, diciamo così, è una concezione diversa dell’universalismo, penso sia importante essere consapevoli di questa fatto qua, perché è vero, l’ebraismo è una religione universale ma con forte accento sull’individualità; siamo diversi e la diversità non è un elemento negativo se in qualche modo non viene imposta agli altri, uno può convivere amabilmente con tante persone, mangiare insieme ecc., ma avere una propria individualità.

 A questo punto c’è l’ultima parte, che riguarda il testo. Abbiamo detto lo spazio, il tempo, la parola. La parola in ebraico si dice davar “Vaidaber Hashem”, “Il signore parlò”, dover è il parlatore e Aseret Adiberot sono i Dieci Comandamenti. La radice della parola milà, che deriverebbe da mille o mallal “Mi millel le Avraham...” è più dire che parlare. Che cosa significa davar?

L'ebraico è una lingua senza vocali ed è una aggiunta successiva, e quindi la parola davar è scritta dvr e si può leggere in tanti modi diversi a seconda della vocalizzazione che io metto. Se alle consonanti aggiungo aa diventa davar, se aggiungo oe diventa dover, se aggiungo ei, diventa devir e quindi può avere vari significati. Questo significa che tutte le volte che troviamo a parola “Vaidaber haschem le Moshè”, ovvero “E Dio parlò a Mosè”, viene quasi sempre, tranne qualche rarissima eccezione usata questa parola.  Notate però che se io leggo la parola dvr con ee diventa dever che in ebraico vuol dire pestilenza, le parole qualche volta possono essere di peste, come diceva Carlo Levi “le parole sono pietre, qualche volta possono far male”, e in effetti ci sono alcune cose che hanno a che fare con la parola, con il parlare, che sono estremamente pericolose; dvr può essere una cosa bellissima anche una cosa bruttissima. Noi in questo momento parliamo del testo sacro e supponiamo che il testo sacro sia una parola che si apre in senso positivo, in effetti nel parlare, il parlare di per sé è qualcosa che può essere sacro ma può non esserlo, può addirittura essere dannoso. Quando parliamo di Testi Sacri, in effetti se c’è un elemento che contraddistingue la parola, è che questa parola è tutt’altro che univoca. Già ho fatto vedere come la stessa parola dvr a seconda di come la si vocalizza assume significati diversi e, quindi, ogni parola del testo Sacro è per forza poi la parola che si apre a significati diversi. Quindi su questa base possiamo dire, che una delle caratteristiche fondamentali del Testo Sacro, che il Testo Sacro è un testo che cambia in un certo senso a seconda di come lo leggi di chi lo legge e del tempo in cui lo leggi. Non è un segreto che, sul testo della Torah esistono decine, centinaia di commenti fatti da Maestri in generazioni diverse. Quindi vuol dire che la parola dipende, anche dalla persona e dal tempo in cui l’ha detta, dai pensieri che in quel momento scaturivano dalla lettura; quindi ogni parola esce, dicono i chachamim, ovvero i maestri, con 70 significati; come se uno, per esempio, prendesse un martello battesse sulla roccia, dalla roccia verrebbero fuori infinite scintille e infinite schegge, la parola è così, più la si batte, più la si studia, più scintille vengono fuori. Questo spiega l’eccessiva a volte veramente esagerata interpretazione dei testi, nel senso che una delle manie degli Ebrei, è quella di prendere il testo e di rigirarlo in tutti i modi possibili. Qualche volta può essere anche eccessivo, però è un esercizio molto importante perché di fatto fa si che la parola, la parola sacra non sia mai una parola morta, perché le parole sono parole del Dio vivente. Nella famosa discussione tra i due Maestri, Shammai e Hillel, Shammai dice una cosa Hillel dice un’altra, ma allora quale è la verità. L’una e l’altra sono parole del Dio vivente nella Mishnà, perché in effetti le interpretazioni sono entrambe possibili. Questo ha fatto si che lo studio della Parola, lo studio della Legge, lo studio del Talmud ecc., siano un esercizio fondamentale. Uno dei comandamenti è quello di prendere il Testo e studiarlo, non lasciare questo ad una classe d’elite, non c’è una classe d’elite che deve studiare la Torah. La Torah è retaggio di tutti quanti e tutti quanti hanno l’obbligo di studiarla, ognuno al suo livello, ognuno con le sue capacità naturalmente, e questo fa si che le parole non siano parole in qualche modo messe in un museo. Il pericolo fondamentale per un testo sacro è che sia preso e in qualche modo messo in un museo. Direi che la Torah proprio per il modo col quale è stata sempre concepita, non è mai stata messa in un museo. Se qualche volta trovate qualche torot, rotolo, che sta in un museo sappiate, comunque, che la Torah in senso vero, cioè quella che si studia, è continuamente letta, studiata, interpretata, discussa, non c’è fine, questo è l’elemento che contraddistingue un testo sacro, da un testo che non lo è, secondo la tradizione. La Torà va letta con tutti i commenti ….Bahbout mostra dei Testi e dice: questo è il Testo della Torah, qui intorno alle pagine vedete tutti i commenti, ogni parola viene interpretata da vari punti di vista. Naturalmente non è che questo esaurisca i commenti, nel senso che non tutti entrano in una pagina e molto spesso troverete dei commenti alla fine. Ma questa non è soltanto una cosa che è stata stampata nel cinquecento e che viene qui riprodotta, se voi prendete un testo stampato recentemente trovate la stessa cosa, trovate il testo della Torah con tutti i commenti che sono qui intorno. Quindi un esercizio fondamentale che caratterizza il Testo Sacro dal punto di vista Ebraico è che questo testo sacro è una guida che uno consulta sempre. C’è però anche una differenza tra testo sacro e testo sacro, non sono tutti allo stesso livello, c’è una santità, una kedushà diversa a seconda del tipo di testo che consideriamo. Per quanto riguarda la Torah, il Pentateuco ha una santità tale che lo rende diverso dagli altri perchè testo base, dal quale venivano poi tutte le norme; per quanto riguarda i testi profetici, o gli altri testi, hanno una santità, una kedushà particolare, questi, hanno degli aspetti pratici in cui non entriamo. Il testo non vocalizzato come questo, è quello che poi troveremo custodito nell'Aron Hakodesh. Come abbiamo detto prima che, ogni parola può essere interpretata in modo diverso a seconda della vocalizzazione, della localizzazione, del contesto, a seconda di come io la leggo o non la leggo, insomma ci sono infiniti significati che può assumere un testo fermo restando però che esiste una interpretazione di base che è il Peshat, il significato letterale del testo. Voi sapete che anche quando parliamo di significato letterale o di traduzione letterale molto spesso è tutt’altro che letterale, ogni traduzione è in realtà una interpretazione, quindi quando parliamo di peshat in ebraico vuol dire traduzione letterale; il Peshat può essere poi diverso a seconda di come lo si legge. Il Testo Sacro, ha la capacità di essere letto in maniera diversa, quindi può essere letto come peshat, può essere letto come remez, come allusivo, cioè può alludere a determinate cose, può essere un testo che io interpreto e quindi vado al di la dell’allusione, ma posso andare ancora molto più al di la e andare al sod, il mistero; come dire, dietro ogni parola, dietro la Torah, c’è una parte che non è peshat, non è il significato letterale, l’allusione, l’interpretazione; è quello che c’è ancora dietro il senso, quello che non è scritto nel testo, quello che i cabalisti dicono, non sono le parole scritte ma è il bianco che è intorno alle parole; quello è qualcosa che è un sod, che non sappiamo che cosa sia, o possiamo cercarlo, e i cabalisti cercano di interpretarlo, sono vari livelli che esistono nell’interpretazione del Testo Sacro. Che cosa è il Testo Sacro? è il Testo che è considerato un Testo ispirato. Il testo della Torah è un testo che noi ancora studiamo perché riteniamo che sia un testo ispirato, che sia stato ispirato da Dio a Mosè e quindi ancora oggi questa ispirazione divina è qualche cosa che ci interessa, non fa parte del museo archeologico del popolo ebraico. Questo particolare atteggiamento di fronte al Testo fa si in realtà che il Testo non è mai morto. C’è una bellissima immagine di Rav Slovecik quando lui studiava, (adesso è morto), “io studio un testo non della Torà ma del Talmud,(naturalmente con lo stesso sistema), un Testo in mezzo, poi tutti i commenti intorno, non sono solo i commenti intorno, tutti i maestri che partecipano, compartecipano con me al dibattito. Quindi quando leggo Rashì, grande commentatore dell’XI sec. o Ibne Ezrà che viveva da un'altra parte, o Rabì Ovadià Tsfon che viveva a Bologna, e leggo questi commenti, in realtà mi sto in qualche modo confrontando non soltanto col testo della Torah, ma come questo testo è stato interpretato da decine e decine di generazioni, questo fa si che partecipano insieme a me alla lettura del testo anche questi personaggi che sono scomparsi ma sono vivi”. L’aspetto fondamentale del testo della Torah, è che la Torah è un testo vivo non è un testo morto. Studiare Torah non vuol dire soltanto informarsi, vuol dire dedurre dal Testo tutte quelle cose che possono essere utili ancora oggi. C’è un Testo scritto tremila anni fa più o meno, che senso ha leggere oggi questo testo e pensare che, questo testo possa essere rilevante per la vita di oggi?. Questo è possibile, perché questo testo è stato studiato da intere generazioni e ognuno ha inserito, ha introdotto il suo pensiero e le sue riflessioni su questo testo; quindi anche un qualsiasi problema moderno, come può essere la bioetica o qualsiasi altro problema, ci sono delle fonti, bisogna saperle leggere; nel testo della Torah si trovano le basi e anche le risposte ai temi più moderni perché in definitiva, nonostante tutto, l’uomo non è profondamente cambiato. I problemi fondamentali sono sostanzialmente uguali quindi si tratta di leggere il testo, approfondirlo, è quello che hanno fatto i maestri per decine e decine di generazioni. Dicevo però, che c’è una differenza tra Testo e Testo, uno potrebbe dire che c’è una differenza sostanziale tra i Dieci Comandamenti e l’altra parte della Torah. Quando la Torah ci racconta la storia di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, l’uscita dall’Egitto che sono racconti, non sono precetti, tanto è vero che uno potrebbe dire, “per quale motivo il testo ci racconta tutte queste cose?, potrebbe tranquillamente iniziare la sua storia dal momento in cui cominciano a essere trattate le norme; se la Torà è un Testo di legge perché ci racconta della creazione della storia di Abramo ecc.”, poteva cominciare, come dicono i maestri, con la prima mizvat; qual è il primo precetto?, il primo precetto è quello del calendario e lasciar perdere tutto il resto, evidentemente tutto il resto serve; serve in quanto non c’è soltanto la parte legale nella Torah, ma c’è anche la parte narrativa, storica, e il tempo è importante, è quello che da il senso alla Legge, alla Torah ecc.; uno potrebbe dire però, quello che importa sono i Dieci Comandamenti, lasciamo perdere tutto il resto; i Dieci Comandamenti sono veramente ispirati, che il resto invece non è ispirato, non è il testo sacro. La posizione ebraica sull’argomento è che tutto il testo della Torà è un testo ispirato; se io dicessi che soltanto i Dieci Comandamenti sono il testo ispirato questo vorrebbe dire che tutto il resto si potrebbe mettere in un museo perché in fondo non è rilevante, se io dico che è ispirato vuol dire che è rilevante anche per la storia di oggi; se io dico che non è ispirato, si, lo possiamo anche leggere, studiare ma non eserciterebbe su di noi alcun fascino. Uno poteva andare ancora più avanti e dire che in effetti perfino tutte le norme che sono nella Torah sono in qualche modo delle norme dettate dall’uomo a sé stesso, tranne il primo comandamento e il secondo; qualcuno dice che la parola Torah in ebraico, cioè il valore numerico della parola Torah è 611, 613 secondo la tradizione sono i precetti che si trovano nel testo scritto; 611 precetti sono stati ascoltati dalla voce di Mosè, meno due che sono “Io sono il Signore tuo Dio” e “non avrai altri dei al mio cospetto, né alcune immagini”, questi due precetti non sarebbero stati ascoltati tramite Mosè ma direttamente dalla voce di Dio. La tradizione Ebraica sottolinea come sia importante che il Testo Sacro non sia soltanto un testo che si legge e si mette lì, come leggere un libro di storia, ogni parola è una parola sacra e quindi ogni parola va interpretata con tutte le conseguenze che questo può avere sul comportamento odierno, perché se io penso che sia sacro, che sia rilevante anche per l’uomo di oggi, devo dargli un significato; questo, penso non sia esclusivamente ebraico, penso che sia elemento universale. Specifico dell’ebraico direi è la mania dell’interpretazione, l’interpretazione è un elemento costante nella tradizione ebraica e, possiamo dire, -già la Torah nel momento in cui nasce, nasce come un me stesso che interpreta sé stesso-.

Quindi abbiamo detto, che lo scopo dell’uomo per quanto riguarda la Torah, è una delle 613 precetti, è quello di studiarla, anche se tu l’hai studiata una volta, la studi una seconda volta, se l’hai studiata una seconda “hagida bo iomam va laila” ovvero volta rifletterai su di essa giorno e notte. Quando puoi non occuparti della Torah? In un momento in cui non è né giorno né notte e quindi soltanto al crepuscolo, in quel momento puoi non studiare la Torah altrimenti sempre. Quante volte la devi studiare? “Bo, Beth” e vav, letteralmente in questo, e queste due parole hanno come valore numerico 6, almeno sei volte; quante volte ne devi parlare per insegnarla?, “Ve dibartò bam”, e bam ha come valore numerico 42, 42 volte. Questo vuol dire che dopo 42 volte probabilmente uno la saprà anche a memoria; Rabbì Hakivà diceva “La torah va studiata cantando”, ovvero “Zemer bechol iom”, cioè “Cantala tutti i giorni”, se tu la canti tutti i giorni vedrai che diventerà tua. Se entrate in una qualsiasi yeshivà, nel luogo dove si studia la Torah o il Talmud, vedrete che chi la studia, la studia cantilenando; perché il canto è qualcosa che penetra più profondamente, mentre la lettura è sempre qualcosa un po’ più superficiale, non interiorizzi abbastanza, non soltanto la devi meditare, la devi leggere, la devi cantare, il Testo sacro bisogna cantarlo; per questo motivo quando si legge il Testo nella sinagoga, si legge cantando. Diciamo che questa cosa della sacralità del Testo è poi qualcosa che si diffonde, che si amplia; in realtà il Testo sacro per eccellenza è la Torah, però, poi diventa in qualche modo sacro anche tutto ciò che ha a che fare con la Torah, perché una cosa è la Torah quella che noi abbiamo scritto ma, non è meno importante, la Torà, quella che è stata tramandata oralmente.

Cosa è più importante, la tradizione scritta o quella orale?

 Risposta -alcuni orale, altri scritta.

 Prendiamo la tradizione scritta, e vediamo se questa tradizione scritta può dire ancora qualcosa; prendiamo per esempio Roma, attraversiamo per il Tevere, andiamo un po’ più là, e ci sono ancora dei reperti etruschi, c’è una tradizione scritta, ma manca una tradizione orale. Quindi la tradizione orale praticamente impedisce la tradizione scritta, se non c’è una tradizione orale la tradizione scritta non ha figli; la tradizione scritta per quanto importante è meno importante. E’ più importante l’uomo, che legge la Torah, che non la Torah stessa. La tradizione orale è quella che da significato alla tradizione scritta, senza la tradizione orale noi non potremmo avere una tradizione scritta. Cosa è che ha salvato il testo della Torà?,non è lo scritto ma, la sua Tradizione orale, il modo col quale veniva letto, il modo col quale veniva cantato questo ha permesso di tramandare il testo. Tra la tradizione scritta e quella orale per l’ebraismo, paradossalmente pur essendo questo un Testo sacro, è più importante come l’uomo legge. L’uomo, i maestri, il loro modo di interpretare sono più importanti del testo scritto perché questo permette al testo di essere vivo, altrimenti il testo sarebbe come un epigrafe messa la e non interessa nessuno se non quello studioso poveraccio, che cerca di interpretarla e non ci riesce. Questo direi che è un elemento fondamentale della Tradizione ebraica che è accompagnata costantemente da una Tradizione orale. Quando parliamo di parola sacra, dobbiamo riferirci non soltanto alla parola scritta ma anche alla parola orale, è quello che veramente rende sacro lo scritto. C’è una bella storiella: c’è un proselita, un candidato che va dal maestro Smammai, che fa la parte del cattivo, e dice: “voglio imparare tutta la Torà e voglio diventare, ad una condizione, gran sacerdote”, e Smammai, che non la tirava tanto per le lunghe, rispose: “lasciamo perdere, vattene via, non se ne può parlare”. In realtà il sacerdozio è una caratteristica, una funzione che si trasmette da Aronne in poi, uno o e Cohen o non lo è. e si reca da Hillel, che in genere fa la parte del buono, e dice: “voglio imparare tutta la Torà e voglio diventare gran sacerdote” e Illel: “bene, vieni, cominciamo a studiare subito”; il primo giorno comincia a insegnargli l’alfabeto, -va bene hai studiato abbastanza, torna domani-, torna il giorno dopo e gli insegna l’alfabeto al contrario e gli dice che la tav l’ultima lettera è una alef, cioè la prima e la shin, ovvero la penultima lettera è una beth, quello un pochino lo sta a sentire e poi dice: “ma ieri mi hai insegnato il contrario” ed il Maestro: “ieri hai creduto alle mie parole e anche oggi crederai alle mie parole e ti dico che “non potrai diventare grande sacerdote”. La cosa fondamentale, in effetti, è la parola più importante del testo scritto. Nonostante che, uno potrebbe dire: il testo scritto è il testo divino, “Torah min hashammaim”, ovvero “la Torah viene dal cielo”, si, però il testo divino senza la parola umana non ha nessun significato; questa parola è tramandata da una generazione all’altra, questa è la forza della Torah, del testo scritto, che c’è l’obbligo del padre insegnare ai figli e se il padre non può insegnare allora deve delegare qualcuno che insegni. Questo ha fatto si che nel popolo ebraico l’analfabetismo è praticamente sconosciuto, perché è un obbligo studiare. Oggi tutti quanti scriviamo, leggiamo più o meno, ma questo è sempre stato dai tempi dei tempi che l’analfabetismo non è una malattia conosciuta dal popolo di Israele. Quando parliamo della dvr, della parola sacra, immediatamente pensiamo al testo sacro; la parola sacra è un insieme di testo scritto e di qualcosa che io pronuncio, quindi della mia espressione, di quello che dico perché solo quello è veramente sacro, altrimenti sarebbe un testo assolutamente morto e non potrebbe essere sacro. Ieri abbiamo parlato di purità impurità ecc. effettivamente nel momento in cui uno non ha la possibilità di parlare, perde anche la possibilità di studiare e quindi la possibilità di consacrare; c’è uno stretto rapporto tra la parola e il sacro. Una delle accuse più forti che viene fatta ai maestri è di essere troppo legalisti, attaccati al testo, è esattamente il contrario perché la parola scritta senza l’interpretazione orale non potrebbe essere letta. I maestri erano molto attenti allo scritto, ogni parola è importante, ogni lettera è importante; ogni lettera è importante per il modo con la quale la si legge perché se non la sai leggere non è importante. I maestri erano chiamati non soltanto maestri, ma erano chiamati soferim, da soffer, perché scrivevano, ma non solo perché scrivevano ma perché contavano le lettere. Contavano esattamente quante lettere ci sono nella Torah, se alla fine del conto qualcosa mancava dovevano riguardare tutto perché forse avevano aggiunto o tolto una lettera, questo a fatto si che la tradizione anche scritta, sia una tradizione fedele, cioè il testo della Torha è un testo che è stato tramandato così come è tanto è vero che se c’è qualche parola, se è rimasto qualche dubbio, allora tutte e due le versioni sono nel testo; i massoreti si occupavano appunto della massone, della tradizione sia scritta che orale, ovvero anche di come veniva letta. A margine del testo se vi sono parole dubbie si trova un'altro modo in cui può essere letta quella parola ed in genere sono finezze. I massoreti hanno voluto trasmettere fedelmente il testo scritto, perché a un testo scritto corrisponde anche una parola.

 Domanda -la parola pronunciata ha un valore o va oltre o soltanto la parola letta è silenzio, cioè l’enunciazione di una parola della Torah può avere il senso di una azione misteriosa che scaturisce da questo

 Risposta –I suoni possono influenzare l’ambiente e le persone. La voce di per sé è molto importante, il testo classico è quello dell’incontro tra Giacobbe e il padre Isacco. Quando il padre Isacco chiama Giacobbe per dargli la benedizione, lo sente parlare, “io sono Esaù” ma il padre gli risponde “la voce è di Giacobbe e le mani sono di Esaù”, per dire, la voce è importante non è soltanto che se uno con la stessa voce dice io sono Esaù, io sono Giacobbe, non è la stessa cosa; ognuno ha una voce diversa a seconda del modo col quale lo dico, come lo dico, quando lo dico, chi sono io ecc. la stessa parola ha un aspetto diverso. Nel caso di Giacobbe di fronte a Isacco, ha avuto degli effetti devastanti quella voce perchè ha praticamente sconvolto tutta la vita della famiglia; le parole di Giacobbe hanno provocato un disastro nella storia di Esaù e della storia di Israele. Quindi non è soltanto importante la parola per le espressioni che dici in quel momento, ma tutto quello che sono i contenuti vissuti in quella voce. Penso che la voce sia un elemento importante, è l’intonazione che io do a quello che dico che può cambiare notevolmente il significato di quello che dico, in fondo dico la stessa parola però la dico in maniera diversa, quindi ha un effetto che cambia continuamente. Nella Tradizione orale quando un maestro pronunciava qualcosa, è importante che qualcuno riproducesse, “io l’ho sentito dire da…”, non è soltanto un vizio quello che nel Talmud tante volte ha detto il tale a nome di quell’altro, a nome di quell’altro ecc. cioè una tradizione che è riferita da voce in voce, perché importante è la voce che la sente

 Inviato da Simo - Associazione Italiana Ramana Maharshi

 


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Aggiornato il: 14 giugno 2005