Il Sacro - Dicotomia sacro-profano

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Il Sacro - Dicotomia sacro-profano in Mircea Eliade

23 marzo 2005  ciclo di lezioni  “Il Sacro”

Venturini -  “La dicotomia sacro-profano” nell’opera di Mircea Eliade.-

Presenti Prof. Colafato – relatore Prof. Venturini

Partendo dalla definizione del sacro secondo Rudolph Otto, del sacro come totalmente Altro, avevo fatto una serie di considerazioni sul sistema di categorie attraverso le quali noi realizziamo una rappresentazione del mondo. Queste categorie oppositive per cui definiamo una cosa attraverso il suo contrario, confrontandola col contrario si rivela particolarmente efficace, fruttuosa: è un sistema potente di classificazione degli elementi della realtà e, anche quando parliamo di sacro, “sacro e profano” è una di queste coppie che ci servono per studiare, interpretare il comportamento religioso. Questo sistema di categorie oppositive, è molto presente in tutta la nostra rappresentazione del mondo, scientifica, filosofica ecc. Pensate negli ultimi decenni quanto il discorso di emisfero destro e sinistro per esempio è stato importante nello studio della psicofisiologia, del funzionamento celebrale, due sistemi di conoscenza ecc. Chi ha un minimo di conoscenza d’informatica sa che si ragiona, lì, in termini di zero e uno, anche lì due opposti, uno stato attivo ed uno stato disattivo. Quindi questa classificazione è qualche cosa di strutturale della nostra mente. È interessante che la nostra mente dualistica rappresenta anche dualisticamente il funzionamento della mente stessa con quel discorso di emisfero destro e sinistro. Ma tutto il problema anche della costruzione della nostra identità è, in fondo, basato su questo: si costruisce una identità per separazione, per contrapposizione, identità che comincia a costruire il bambino, l’adolescente ecc. C’è un versetto della Torà che dice:- siate santi come io sono santo - . Santo in ebraico è kadosh che vuol dire separato - siate separati come io sono separato; poi si può discutere su che cosa voglia dire questo. Pensate, se avete qualche ricordo in merito, l’importanza della individuazione nella psicologia, nella psicoterapia junghiana. Il percorso di maturazione, di guarigione se si tratta di una persona che ha dei disturbi comportamentali, è nel processo d’individuazione che si collega molto bene a questo concetto ebraico, appunto, dell’essere separati, essere individui, che meriterebbe un discorso di precisazione. Ma adesso lo volevo solo accennare per dire quanto questo sistema di categorie in opposizione ci serve per descrivere il mondo.

 Quando ho saputo di questo corso sul sacro, Il mio pensiero è andato subito a Otto e a Eliade di cui vorremmo parlare un po’ stamattina, riferendoci a questo libro, uno dei suoi libri più noti che è “Il Sacro e il Profano”

Il punto di partenza del lavoro di Eliade, è rappresentato da una indagine su quello che lui chiama homo religiosus. L’antropologia fisica ci parla di homo herectus, di homo sapiens, l’antropologia la sociologia ci parlano dell’omo fabert, l’homo ludens, l’homo loquens o simbolicus della linguistica. Le scienze della religione possono parlare - Eliade ne parla ne fa il centro della sua indagine - dell’homo religiosus. Ho cercato di capire di vedere da dove potesse venire questa espressione e, probabilmente la possiamo ricondurre al “De natura Deorum” di Cicerone, in un passo dove dice: “coloro che riconsideravano e, per così dire, rileggevano tutte pratiche del culto furono detti religiosi”, merita di essere letto in latino se no non si capisce questo gioco, che lui fa, etimologico: religiosi ex relegendo come elegantes ex eligendo ex diligendo diligentes ex intellegendo intellegentes  e, in tutte queste parole è implicito secondo Cicerone lo stesso significato di leggere che troviamo in religioso.

Cicerone contrappone l’uomo religioso all’uomo super sfizioso. Sappiamo che l’etimologia della parola religione viene ricondotta sia a religo sia a relego. Religo è legare, rilegare con tanti possibili significati; legare i fenomeni, gli uomini tra di loro, gli uomini e il sacro, e relego è raccogliere, ripercorrere, rileggere. Queste parole ci danno un po’ il significato di circoscrivere, separare di nuovo, separare il sacro dal profano. Un filosofo francese contemporaneo Michel Serres fa una osservazione interessante dicendo: - questa etimologia della parola religione può essere un po’ controversa –qual è la parola contraria a religione? non è ateismo ecc. ma è la negligenza, cioè nec-lego. Questo viene molto bene con le considerazioni che avevamo anche cominciato a fare ieri, un po’ sul buddismo, perché la negligenza è proprio il contrario dell’attenzione, della vigilanza e, come dice il Buddha, i disattenti sono già come morti, mentre la via di salvezza è la via dell’attenzione e della consapevolezza. Ecco quindi, di nuovo, su questo problema: il buddismo è una religione o non è una religione. Se la negligenza è la non religione, il buddismo si qualifica come religione dell’attenzione ma non solo, e di questo avremo occasione di parlare in seguito. Questo homo religiosus che è il soggetto dell’esperienza del sacro, inteso appunto nel senso che abbiamo detto di Otto, come realtà assoluta, Assoluto, Absolutus, sciolto da relazioni, sciolto da questi dualismi che abbiamo nominato prima e, quindi, che sia immanente o trascendente, noi stiamo cercando di capire se c’è un denominatore comune alle varie esperienze del sacro e ai vari racconti di questa esperienza che le religioni hanno fatto, sia che sia un Assoluto in senso trascendente come forse è la più parte delle esperienze religiose, sia di un Assoluto immanente. Sembra caratteristico questo attributo se così si può dire, un po’ paradossalmente dell’Assoluto, - di essere al di la degli attributi, dei legami, dei dualismi. E allora, ecco le scienze della religione. Religio Wissenschaft  è una parola per dire l’insieme delle discipline che si occupano di religione, perché a volte si usa il temine storia delle religioni come sinonimo delle scienze delle religione, ma, in realtà, delle religioni si occupa la storia delle religioni nel senso vero e proprio, cioè quella disciplina storica che si occupa di vedere come le religioni sono sorte, come si sono sviluppate, come sono maturate, eventualmente, come sono cadute in declino, quali sono i documenti sui quali si può ricostruire questa storia, e via di seguito, ma c’è anche l’antropologia che si occupa di religioni ovviamente, la psicologia della esperienza religiosa, - ricordate il libro fondamentale di William James “La Psicologia delle Esperienze Religiose”-. L’insieme di queste discipline forma la scienza delle religioni, di cui la storia delle religioni in senso proprio è soltanto una parte. Allora vediamo come possiamo inserire il lavoro di Mircea Eliade in questo ambito delle scienze della religione.

Mircea Eliade era un rumeno, nato a Bucarest nel 1907 e morto negli Stati Uniti, dove era diventato professore di Storia delle Religioni all’università di Chigago, nel 1986. Ha svolto un’attività incredibile di studioso, di erudito, ma sempre tenendo presente un interesse fondamentale di legare la ricerca scientifica, le indagini culturali, a quello che lui diceva essere il destino dell’uomo, cioè non una ricerca in qualche modo astratta e autoreferenziale e autogiustificata, ma una ricerca che voleva rispondere nella sua ottica, nella sua prospettiva, a una conoscenza dell’uomo più approfondita e, quindi, che ci potesse dare indicazioni sul destino dell’uomo. Il punto fondamentale della ricerca di Elide, che è sterminata, è un piccolo libro divulgativo che lui ha pubblicato su richiesta di un filosofo italiano, che viveva in Germania, Grassi, in cui ha utilizzato molti dei materiali che erano stati pubblicati in un libro che si chiama “Trattato di Storia delle Religioni”. E’ un po’ paradossale che questo libro abbia il titolo di Trattato di Storia delle Religioni, che assolutamente non corrispondeva all’intento di Elide, perché nell’ambito di queste discipline che si occupano delle religioni, c’è un indirizzo più propriamente storico-religioso che, appunto, studia le religioni all’interno di una più ampia storia sociale, vedendo nelle religioni uno degli elementi della cultura di una determinata epoca, società ecc. in cui gli uomini di quella cultura adoperano, come dire, la religione per affrontare, risolvere dei problemi, e quindi le religioni sono viste come una delle caratteristiche dei connotati di una determinata cultura. Nella prospettiva invece in cui si colloca Eliade, che si usa chiamare di fenomenologia delle religioni, appunto per sottolineare questo distacco, -anche qui una certa opposizione invece con questo indirizzo storico religioso più propriamente detto - c’è il riconoscimento dell’esperienza e del bisogno di sacro come di un bisogno originariamente umano che attraversa quindi le varie culture, le varie società e, questo bisogno umano è il bisogno di dare una risposta sostanzialmente al problema della sofferenza, della sofferenza che l’uomo ha nella sua vita storica, perché l’uomo vive nel tempo, di fronte alle calamità naturali, alle ingiustizie sociali, alle violenze, alle malattie, alla morte, e quindi [la religione] non è uno strumento culturale della società per affrontare e risolvere determinati problemi ma, viceversa, una risposta a un bisogno fondamentale dell’uomo, per cui diventa una caratteristica permanente dell’homo religiosus. Allora capite che per Eliade, questo titolo “Trattato di Storia delle Religioni” era assolutamente impertinente. Vale la pena di ricordare come è nato questo, non è soltanto per il gusto di un aneddoto ma, per il fatto che ci serve a rimarcare questa differenza di orientamenti. Questo libro fu pubblicato in Francia, dalle edizioni Payot e quindi Eliade era già abbastanza noto, aveva avuto così il patrocinio di un altro grande nome degli studi religiosi che era Dumézil, che ne aveva già parlato all’editore, e quindi dice Eliade nelle sue memorie -perché oltre a tutti i libri, e gli articoli che aveva scritto Eliade teneva anche un diario che è stato pubblicato, e anche delle memorie che poi non sono così scandite quotidianamente come il diario ma, sono una forma di autobiografia-, dice Eliade: “Georges Dumézil gli aveva già parlato del mio libro, gli aveva promesso una prefazione. Fui accolto da un vecchio alto e smilzo che a dispetto del diabete e di altre infermità impressionava per la sua sorprendente energia, corrugò la fronte non appena vide il titolo “Prolégomenes a l'Histoire des Religions”, Prolegomeni alla storia delle Religioni. Sfogliò il manoscritto e corrugò di nuovo la fronte, erano quasi settecento pagine dattiloscritte, - se ha bisogno di settecento pagine per dei Prolegomeni, una Storia delle Religioni dovrebbe avere dieci volumi, deve cambiare il titolo -, proposi: “Morfologie du Sacrè”, - ma, scosse la testa disapprovando: è troppo vago, il solo titolo che potrebbe interessare ed attirate degli acquirenti è “Traitè de l’histoire des Religions”-. Eliade che viveva in pessime condizioni economiche, ripensò a tutta la fatica che aveva fatto per scrivere questo libro ecc., e disse: - evidentemente non avevo mai pensato di lavorare a una storia delle religioni, ma accettai all’istante; l’essenziale era che il libro uscisse anche con un titolo che non meritava. Ecco, al di la dell’aneddoto, vedete come Eliade rifuggiva dall’idea di scrivere un trattato di storia delle religioni. In realtà poi, nell’ultima parte della sua vita, - Eliade ha fatto una serie di volumi che in qualche modo completano questo libro di cui stiamo parlando, e che giustamente quando fu tradotto in inglese ebbe il titolo di “Patterns in Comparative Religion” che è molto più rispondente al contenuto - scrisse tre volumi e poi appunto forse ci sarebbe stato ancora un quarto volume di “Storia delle idee e delle Credenze Religiose” e oltre questo Eliade diresse una grande “Encyclopédie au Religion” che mi pare consta di un sedici volumi ecc, quindi, non è che Eliade rifuggisse dal collocare nella storia questa fenomenologia del sacro, ma non voleva essere confuso con gli storici della religione di quell’altro indirizzo. Potete capire quante dispute accademiche e quante anche inimicizie ci fossero tra questi rappresentanti delle due scuole.

Per una serie di vicende biografiche Eliade ebbe molti rapporti con il nostro paese perché avendo avuto una possibilità di fare la sua tesi di laurea in filosofia su Marsilio Ficino, era venuto in Italia per studiare appunto il Rinascimento Italiano, e qui ebbe modo di conoscere alcuni dei rappresentanti dell’indirizzo storico religioso, in particolare Raffaele Pettazzoni che insegnava Storia delle Religioni nella nostra università La Sapienza. Raffaele Pettazzoni era in effetti una nobile figura di studioso che ha lasciato dei libri molto interessanti, molto validi sul piano scientifico ma poi, tutta una serie dei suoi discepoli e allievi esasperarono un po’ l’atteggiamento di antagonismo verso la fenomenologia della religione, tanto che la pubblicazione dell’edizione italiana di questo “Trattato di Storia delle Religioni” appunto , tra virgolette, di cui parlavamo prima, fu molto controverso nella casa editrice Einaudi, perché dirigeva quella famosa collana viola Ernesto De Martino, che era uno dei rappresentanti della scuola nemica, ma grazie all’intervento di Cesare Pavese si superò questa difficoltà di accettazione della proposta di pubblicazione di questo libro. E allora in Italia Mircea Eliade ebbe occasione di conoscere varie personalità per esempio l’orientalista Tucci e ricorda, -questo anche è interessante per comprendere l’orientamento di questo studioso che, come dicevo, era venuto per studiare il Rinascimento Italiano, e poi invece si convertì allo studio dell’orientalismo - e ricorda: “quanti fili segreti sotterranei avrei dovuto scoprire in seguito, fra la mia passione per il Rinascimento Italiano e la mia vocazione di orientalista. Fu nella biblioteca in cui Tucci teneva il suo seminario a Roma che trovai nella primavera del 28 il libro di Dasgupta e fu da questo stesso luogo che gli scrissi per chiedergli di lavorare con lui a Calcutta. I miei primi iniziatori all’indianismo furono degli italiani Carlo Puini, Formichi, Tucci. Ma non è qui l’essenziale, più significativo è il fatto stesso di aver scelto l’India come campo principale delle mie ricerche proprio nel momento in cui studiavo in Italia il Rinascimento Italiano. In un certo modo potrei perfino affermare che per il giovane che ero l’orientalismo costituiva in fondo una nuova versione del rinascimento, la scoperta di nuove fonti e il ritorno a nuove fonti abbandonate e dimenticate, forse senza saperlo ero in cerca di un nuovo umanesimo, più audace, più vasto dell’umanesimo del rinascimento troppo dipendente dai modelli del classicismo mediterraneo. Forse anche, avevo compreso, senza rendermene conto chiaramente, la vera lezione del rinascimento, l’ampliamento dell’orizzonte culturale e la situazione dell’uomo riconsiderata in una più vasta prospettiva. A prima vista, che cosa c’era di più lontano dalla Firenze di Marsilio Ficino che Calcutta, Benares, il Rishikesh, eppure io mi trovavo laggiù perché proprio come gli umanisti del rinascimento non mi accontentavo di un immagine provinciale dell’uomo e in fondo sognavo di ritrovare il modello di un uomo universale”.

Ecco quindi lo studio delle religioni, lo studio dell’oriente, agli occhi di Eliade, diventa uno strumento di elevazione spirituale. Quindi non è soltanto una ricerca erudita, ma è una conoscenza dell’uomo e quindi una risposta che ci serve per rispondere ai problemi del destino dell’uomo. Quindi non è una ricerca, come dire, disimpegnata ma è una ricerca che risponde a una profonda esigenza. E allora, veniamo alla dicotomia che dà il titolo a questo libro: “Il Sacro e il Profano”, un concetto fondamentale che troviamo nelle prime pagine è proprio il concetto di ierofania. Il concetto di ierofania viene adoperato da Eliade, come una definizione, una parola, un termine abbastanza comodo per esprimere, quello che lui sottolinea essere il paradosso del sacro. Ierofania vuol dire manifestazione del sacro. Se abbiamo detto che il sacro è il totalmente Altro, quello che è sciolto da ogni relazione, quello che è Absolutus che è in-differente, cioè non ha differenze dentro di sé, che è indifferente e totalmente altro, come posso entrare in contatto stabilire una relazione con ciò che non ha relazione? Questo è in qualche modo il paradosso del sacro che tuttavia si manifesta. Si manifesta in maniera appunto paradossale ed ambigua. Già Eraclito aveva sottolineato come il Dio, in questo caso Apollo attraverso gli oracoli rivela e nasconde. L’oracolo non è mai una prescrizione, una indicazione totalmente limpida, ma è un linguaggio che non rivela né nasconde, ma accenna. Il signore a cui appartiene quell’oracolo che sta a Delfi, che nominavo ieri, non dice né nasconde, ma accenna, ed ecco quindi che comincia questa paradossalità. Quando Edipo va ad interrogare l’oracolo non ne ha una indicazione precisa, una ricetta di comportamento, ha un’accenno che sta a lui poi interpretare e cercare di verificare con la sua esperienza tragica. E allora, quello che Eliade vuole sottolineare è proprio questo fatto che il sacro contemporaneamente si mostra, perché altrimenti non ci sarebbe questa esperienza del sacro. Nella tradizione Islamica si dice di Allah “ero un tesoro nascosto, e ho voluto essere conosciuto”, se un tesoro è totalmente nascosto non si può neanche dire che sia un tesoro, perché, tesoro per chi? Questa situazione è in qualche modo paradossale. Certamente può essere vissuta molto diversamente quando siamo di fronte ad una religione teistica basata sulla trascendenza ecc., oppure in una religione immanentistica come può essere quella buddista per esempio, si guarda bene dal reificare questo, infatti si parla di vacuità e poi svuotamento della vacuità, ma, resta però il riferimento, in qualche modo, a un assoluto senza il quale sembra difficile parlare di religione, anche per una religione appunto immanentistica che altrimenti rischia di definirsi soltanto come una scuola di saggezza, infatti non è a caso che per quello che riguarda il buddismo esista questa controversia se il buddismo sia una religione o non una religione secolare. Non so, lo stoicismo è una scuola di saggezza, il buddismo è soltanto una scuola di saggezza come poteva essere lo stoicismo o è una religione? E se è una religione, in che senso è una religione? Allora dicevo, questa paradossalità in qualche modo è presente, e dice Eliade: “il teologo altro non fa, che tradurre in formule più esplicite quanto è implicito nel paradosso dell’idolo e d’altronde di qualsiasi ierofania. Il sacro si manifesta in un oggetto profano”.

Questa è la cosa più paradossale, che noi facciamo, questa scissione dicotomica del sacro come totalmente altro e, del profano come ciò che non è sacro, e poi, diciamo che il sacro - dove vive? - si manifesta nel profano. Questa paradossale coincidenza del sacro e del profano, dell’essere e del non essere, dell’assoluto e del relativo, dell’eterno e del divenire è quanto rivela ogni ierofania, anche la più elementare. Questa coincidenza tra sacro e profano produce di fatto una rottura di livello ontologico. Qualsiasi ierofania la implica perché ogni ierofania mostra attraverso la coesistenza delle due essenze opposte sacro e profano, spirito e materia, eterno e non eterno. Che la dialettica della ierofania, della manifestazione del sacro negli oggetti materiali, continui a essere oggetto di una teologia elaborata come quella medievale, dimostra che questo rimane il problema fondamentale di ogni religione. Si potrebbe dire che tutte le ierofanie altro non sono che prefigurazioni del miracolo dell’incarnazione, che ogni ierofania è soltanto il tentativo fallito di rivelare il mistero della coincidenza uomo-Dio. Insomma è paradossale, è incomprensibile non il fatto della manifestazione del sacro nei sassi o negli alberi, ma il fatto che il sacro si manifesti, e di conseguenza si limiti e diventi relativo. Si potrebbe tentare di salvare nella prospettiva del cristianesimo le ierofanie che precedettero il miracolo dell’incarnazione valorizzandole in quanto serie di prefigurazioni dell’incarnazione stessa, ne conseguirebbe che, lungi dal considerare le modalità pagane del sacro, feticci, idoli ecc., come tappe aberranti e degenerate del sentimento religioso di un umanità decaduta in conseguenza del peccato, si potrebbero interpretare come tentativi disperati di prefigurare il mistero dell’incarnazione. Tutta la vita religiosa dell’umanità, vita religiosa espressa con la dialettica delle ierofanie trarrebbe da questo punto di vista, tradirebbe null’altro che, l’attesa di Cristo. Le ierofanie, cioè le manifestazioni del sacro nelle realtà cosmiche, hanno una struttura paradossale, perché mostrano e camuffano allo stesso tempo la sacralità. Seguendo questa dialettica delle ierofanie, fino alle sue ultime conseguenze, il sacro rivelato e nello stesso tempo occultato nel cosmo in un essere umano, l’esempio supremo l’incarnazione, avremmo la cosa più paradossale di tutte: che ci sia un uomo Dio. Si potrebbe identificare un nuovo camuffamento, nelle pratiche, nelle istituzioni, nelle creazioni culturali moderne. Evidentemente si sapeva che le funzioni biologiche importanti come l’alimentazione, la sessualità, la fertilità, le arti, la danza, la musica, la poesia, le arti plastiche, i lavori e i mestieri, l’agricoltura, la caccia, le costruzioni di ogni genere; le tecniche e le scienze, la metallurgia, la medicina, l’astronomia, la matematica ecc., avevano avuto all’ origine una funzione e un valore magico religioso. “Ma io volevo mostrare che anche sotto le sue forme radicalmente desacralizzate, la cultura occidentale camuffava dei significati magico-religiosi che i nostri contemporanei, con l’eccezione di alcuni poeti ed artisti, non sospettavano. Avevo compreso da tempo la misteriosa in apparenza ridicola manifestazione del sacro, in oggetti o atti profani, mi sembrava che questa dialettica delle ierofanie costituisse allo stesso tempo, pur camuffandolo, il modello esemplare di ogni esistenza umana”.

Vi ho letto alcune citazioni prese da più di un libro di Eliade, ma ecco, questo mi sembra il punto interessante, -il paradosso che qualcosa di sacro ci si mostra-. Allora, in queste opere, nel “Trattato della Storia delle Religioni” e, in questo libro più divulgativo e più breve, Eliade tenta di passare in rassegna, alcuni aspetti di questa manifestazione, di questa rivelazione del sacro nel mondo, tenendo presente che l’uomo religioso è dominato da un terrore della storia, perché nel tempo, avviene l’incontro dell’uomo con la sofferenza, con le calamità, con la morte e quindi c’è una volontà di abolire lo spazio, il tempo della storia e riscoprire questo territorio del totalmente Altro che Otto diceva, il totalmente diverso, che diviene, il mondo della realtà, di fronte al mondo effimero della storia, quello che in oriente è chiamato il samara. Questo mondo pieno di contraddizioni, di sofferenza ecc., è un mondo irreale di fronte alla realtà dell’ Assolutamente Altro. Allora qual è lo sforzo dell’uomo religioso? Quello di trascendere il tempo e lo spazio profano, e quindi, di istituire una serie di procedure, di riti, di costruzioni ecc., che gli consentano di ritornare, di attingere un livello di realtà che è quello dell’Assoluto, del totalmente Altro. Tutto quello che fa l’uomo religioso è quello di cercare di rivivere dentro, o accanto a questo sacro che è il fondamento, uscendo da questa realtà degradata. E, allora capite come questo, vada in contro tendenza invece con quella svolta che si è avuta, almeno nella società, nella storia dell’occidente, con il rinascimento, quando l’uomo ha cominciato invece a pensare che la sua realtà fosse nella storia, che non aveva bisogno di altri garanti della sua salvezza, ma fosse capace di essere lui stesso garante della propria libertà, della propria verità. Da un lato la storia come sventura, dall’altro la storia come progetto di emancipazione per cui si dirà, la storia dell’umanità è la storia della libertà, è la storia della verità, quindi due tendenze che vanno verso quella desacralizzazione o secolarizzazione che ha caratterizzato il mondo moderno.

Dice ancora Eliade: “comportamenti che vanno ben al di la dei comportamenti storici dell’essere umano, troppo presto si è giunti alla conclusione che l’autenticità di una esistenza dipende esclusivamente dalla coscienza della propria storicità, più una coscienza è desta più essa supera la sua storicità”.

Vedete come sono un po’ agli antipodi questi due atteggiamenti, la storia come progetto di liberazione, invece la storia come sventura dalla quale bisogna cercare di uscire.

 [Domanda dal pubblico:] La prima domanda è una chiarimento sulla fenomenologia, in che senso Eliade è considerato un fenomenologo. La seconda domanda è se decontestualizzare il Divino non porti a qualche rischio.

 Risposta: Inizio dalla seconda domanda. Non è che Eliade vuole decontestualizzare quello di cui lui tratta, ma è il punto di vista che è diverso. Nella conoscenza scientifica, in senso lato, è il problema di quale vertice noi possiamo assumere, (ieri c’era una di voi, parlava del rapporto tra meditazione e psicoterapia,ecc.), è ovvio che c’è un conflitto. Se noi prendiamo il vertice psicologico di osservazione, allora diciamo, spieghiamo, indaghiamo un comportamento religioso, dal punto di vista della psicologia. Se viceversa prendo il vertice religioso guardo a che cosa fa la psicologia ecc., e quindi lo posso criticare e compagnia, allora, anche qui non è che c’è una decontestualizzazione è soltanto che, come guardiamo questi fenomeni? Se io sono interessato a calare questi fenomeni dentro una cultura e vedo, nel comportamento religioso una delle forme attraverso le quali l’uomo di quella cultura risolve alcuni suoi problemi, questo, mi fa assumere, appunto, il vertice, l’osservazione dello storico che non ha alcun interesse diciamo alla fenomenologia del sacro, ma guarda a questi fenomeni storici religiosi come possono essere tutti gli altri della vita materiale, delle strutture politiche, economiche ecc., di una determinata epoca. Viceversa, l’atteggiamento di Eliade è quello di guardare trasversalmente, quindi, il titolo della traduzione inglese “Patterns in Comparative Religions”, il metodo comparativo, che è fondamentale nonchè lo storico. Il metodo comparativo sicuramente è proprio della fenomenologia, perché va a guardare prendendo un elemento, come questo si è realizzato in diversi contesti, non è che li decontestualizza, ma li va a guardare trasversalmente, riconoscendo che c’è qualche cosa di universale. L’antropologia culturale che cosa fa? Prende alcune figure, come dire, la famiglia, il modo di produzione, ecc. ecc. Se io prendo come osservazione la famiglia, non è che parlo di una famiglia in astratto, però vado a guardare come questa figura, questo istituto si realizza in culture differenti e, quindi ho uno sguardo trasversale e comparativo. In questo senso Eliade, Otto o Vanderleven ecc. ecc. sono detti fenomenologi perché guardano al modo in cui questa struttura si è realizzata. Se è vero, e qui possiamo appunto avere opinioni differenti, che un bisogno fondamentale dell’uomo è quello di risolvere il problema della sua contraddizione esistenziale, di rispondere al problema del senso della sua esistenza, di uscire dall’insensatezza di una sofferenza senza significato, Jung che cosa dice:”non è la sofferenza che è fondamentale, è il significato della sofferenza”. Il martire soffre ma non è un depresso, un malato, perché? perche ha dato un senso a quella sofferenza. Allora se riteniamo che questo sia un problema fondamentale dell’uomo, il vivere domandandosi perché vive, quale è la direzione della sua vita quindi, quelli che la psicologia più recente ha definito bisogni specificamente umani, bisogno di senso, di orientamento, di devozione nel senso di dedizione ecc. riconosciamo che questo è un bisogno fondamentale umano, l’andiamo a guardare come si è esplicitato, soddisfatto ecc. nei contesti più diversi possibili. Lo storico invece, prende una cultura e va a guardare lì che cosa è successo ecc. ecc. con atteggiamenti proprio diversi tra di loro, e, quindi questo, penso che vada sottolineato. Se noi facciamo di una religione un’opera di storia, io posso studiare l’Islam, come è nato, quando è nato, quali sono i testi ecc. ecc., vedere l’arco del suo sviluppo, della sua affermazione, con quali culture è entrato in contatto ecc. ecc.. Se invece sono interessato dal punto di vista della fenomenologia della religione a questa manifestazione del sacro, ossia del bisogno di sacro che l’uomo manifesta in tempi e culture differenti; che dice l’Islam del sacro e del rapporto dell’uomo col sacro? e che dice l’ebraismo il buddismo ecc.? capite che è un orientamento diverso. Questo, ha provocato quelle inimicizie e quelle dispute che dicevo, soprattutto negli anni passati, quando dominando il pensiero unico d’ispirazione marxista nella nostra cultura, questo diverso orientamento dava fastidio, perché il giudizio o il pregiudizio qual’era?, la religione, oppio del popolo, allora, è un modo alienato di risolvere dei problemi dell’esistenza da cui prima ci liberiamo e meglio è, e chi invece voleva sostenere che il bisogno di sacro è un bisogno universale e permanente dell’uomo veniva a cozzare con questo orientamento ecc.

Che questo fosse anche in gran parte un pre-giudizio, Eliade, in questo libro, esamina la sacralizzazione dello spazio, la sacralizzazione del tempo e della natura.

 Su questo volevo proprio telegraficamente dire qualche cosa. Lo spazio non è lo spazio della geometria, lo spazio omogeneo della fisica in cui lo spazio è soltanto misurabile e eguale nei suoi segmenti ecc, è uno spazio che viene sentito come uno spazio con una colorazione affettiva diversa. Abbiamo detto che c’è lo spazio del paese natale, lo spazio dove abbiamo avuto un amore, un’esperienza significativa ecc. Lo spazio sacro in particolare che è uno spazio in cui noi riteniamo, l’umanità e certe culture hanno ritenuto che ci fosse un luogo di comunicazione con quell’Assoluto che abbiamo detto prima. Il Tempio ebraico per esempio, il Santa Santorum con l’Arca dell’Alleanza, non è soltanto una decorazione, è il luogo dove Dio in qualche modo è presente, si fa presente quindi, ecco che lì si realizza questa comunicazione. Il sacro irrompe in questo spazio, che diventa quindi uno spazio particolare. Il tempio diventa quello spazio circoscritto, ritagliato, in cui l’uomo religioso vive l’esperienza di un contatto più diretto, e ravvicinato col sacro e il tempo stesso. Nell’opera di Eliade ci sono pagine, scritti bellissimi su questo aspetto del tempo ciclico, del tempo in cui noi cerchiamo di rigenerare la vita, il cosmo, il tempo stesso. Si esce dalla banalità del tempo profano e in certe circostanze particolari si ritorna al tempo delle origini. Il tempo sacro. Il tempo della festa che cosa è? C’è la festa degradata della società secolarizzata ecc. ma la festa in origine è l’irruzione del sacro nel tempo ordinario. Allora il rito non è soltanto una commemorazione. Così, io domando spesso agli amici cristiani, cattolici, come sentono il tempo della messa vedo che spesso è considerato così…1.04.46

[e qui il relatore rivolge ai presenti le seguenti domande:] “che cosa accade nella messa? O che cosa dovrebbe accadere? Insomma che vuol dire l’eucaristia? e che cosa è?” Risposta: è l’unione con Dio, è il momento in cui l’uomo riesce ad avvicinarsi a Dio.

 [Relatore]: quindi al massimo della paradossalità di cui parlava Eliade. Ma se avvicina a Dio, intanto ci si avvicina in quanto si ritiene che quel pane e che quel vino sia diventato un corpo di Dio, non è soltanto il pane che si prende dal fornaio, è un pane trasformato, c’è stata una transustanziazione, ma questo perché è possibile? Che cosa fa il sacerdote lì?, questo è importante, perché se no sarebbe il pane del fornaio, oppure al massimo una commemorazione di un evento ritenuto significativo ecc. Lì c’è, ci dovrebbe essere, una riattualizzazione del tempo del sacrificio di Gesù Cristo, non è una commemorazione. Il tempo ordinario si sospende e abbiamo, miracolosamente una irruzione del tempo in cui è avvenuto. Non si rinnova, si è presenti al quel sacrificio e questo è molto importate. Sembra che noi parliamo di chissà quali strane cose, invece in tutte le chiese si sta riattualizzando una cosa di questo tipo, l’irruzione del tempo sacro nel tempo ordinario con quella, tutta la paradossalità che cercavo di dire prima. Vedete che questa rottura del tempo ordinario, questa sacralizzazione del tempo è una cosa importante per capire il comportamento dell’homo religiosus anche di oggi, nella misura in cui questo continua a essere presente.

 La Sacralità della Natura è il titolo di un altro paragrafo di questo libro, questo è anche interessante, perché ci fa vedere come attraverso quella rivoluzione che c’è stata nel tempo del passaggio dal paleolitico al neolitico.

Che cosa è accaduto in quel tempo?, avete idea di cosa è successo? Perché è una tappa della storia umana quella del passaggio, grosso modo diecimila dodicimila anni fa, che si è avuta. Che è successo in quell’epoca? Ci sono questi periodi che possiamo chiamare dei periodi assiali, periodi in cui l’umanità fa come delle svolte, no? E quindi certamente, uno di quei periodi è stato il periodo del passaggio dal paleolitico al neolitico.

 [Silenzio in aula.]

[Continua il relatore:] Béh per togliere questa suspance…

C’è stata l’invenzione dell’agricoltura. L’invenzione dell’agricoltura ha consentito il passaggio dall’uomo cacciatore e raccoglitore, all’uomo agricoltore e allevatore. Questo ha comportato una grande rivoluzione nella concezione del mondo di cui siamo ancora oggi totalmente imbevuti noi, perchè le categorie che l’uomo ha elaborato in quel periodo sono state fondamentali per la nostra comprensione del ciclo della vita umana assimilato alla vita del mondo vegetale. L’identificazione dell’uomo con l’albero, con i cicli lunari ecc. ecc., ha comportato una visione della vita come impermanenza, come nascita e morte ecc., sono state tutte acquisizioni che si possono datare a quella svolta storica.

Io adesso vado così, molto a sciabolate, ma il tempo non consente di entrare in dettaglio. Quello che volevo dire era che l’albero, di nuovo diventa un asse cosmico, può essere l’albero cosmico che mette in contatto la terra e il cielo, è un tramite quindi. L’uomo si identifica alla vita vegetale, perché ha fatto questa scoperta e questa responsabilità, mentre il cacciatore, il raccoglitore vagano alla ricerca, l’agricoltore diventa responsabile della sua sopravvivenza, attraverso la cura del raccolto ecc. ecc., e quindi, questa assimilazione. Queste diventano per la fenomenologia, nell’opera di Eliade, degli archetipi, delle strutture che sono un po’ prototipiche e quindi si possono andare a ritrovare -appunto il concetto di albero come entità non banalmente della botanica ma, come albero sacro - e volevo fare qualche esempio, in varie culture. Un’osservazione importante dal punto di vista metodologico però vorrei fare, a proposito di quello che Eliade dice su questa critica a cui facevo cenno prima, che può venire da quell’orientamento che vede nella religione una forma di alienazione e quindi la critica riassunta in quella formula di “religione come oppio del popolo”. Giustamente alla luce di queste osservazioni sulla sacralizzazione della natura e del cosmo, Eliade in una nota di un altro libro, “La Nostalgia delle Origini”, osserva: “vi sono urgenti rettifiche da portare a molti clichè che ingombrano ancora la cultura contemporanea, come ad esempio la celebre interpretazione della religione come alienazione di Feuerbach e di Marx. Come è noto Feuerbach e Marx affermano che la religione allontana l’uomo dalla terra, gli impedisce di diventare completamente umano e così via. Ma anche se ciò fosse esatto, una simile critica della religione potrebbe essere applicata solo alle tarde forme di religiosità, come quelle dell’India post vedica e del giudeo cristianesimo, cioè a religioni che l’elemento dell’ultra mondanità ha una grande importanza. L’alienazione, l’estraniamento dell’uomo dalla terra sono sconosciuti e per di più inconcepibili in tutte le religioni di tipo cosmico, sia primitivo che orientale, in questo caso vale a dire nella maggioranza delle religioni note alla storia. La vita religiosa consiste proprio nell’esaltare la solidarietà dell’uomo con la vita e la natura”.

Quindi mi sembra che questa osservazione è importante, perché in fondo anche questa teoria critica, così discutibile ecc. poteva essere attinente alla tradizione, alle religioni che sono fondate su una trascendenza del sacro per cui, si poteva parlare di questo trasferimento in cielo dei problemi nella terra ecc. Ma per tutta un’altra serie di orientamenti religiosi, questa critica oltre che discutibile diventa in qualche modo impertinente e questo credo che sia un fatto dal punto di vista metodologico da tenere ben presente.

 [Intervento del prof. Calafato:] C’è questo libro che è stato tradotto in Italiano dal saggiatore che non ricordo il titolo e l’autore in italiano, ma in inglese era “The making English Working Class”. Un libro molto bello che documentava come la rivoluzione industriale è appunto il processo di espiantamento dell’uomo, dall’insieme dei rapporti con la terra, con gli alberi e con i luoghi. Quindi anche in una prospettiva di centralità dell’economia, quale quella presente in questo testo, si sottolinea come la rivoluzione industriale e il capitalismo, equivalgono proprio ad un processo e ad un rafforzamento di un processo già presente nella storia occidentale di sradicamento dell’uomo dai luoghi, di riduzione della qualità dei luoghi.

 

[Relatore:] Sì, questo è chiaro che si può sostenere, io credo che ci sia da fare qualche passaggio di livello in cui le cose sono più difficili da scalzare, tutto si può certamente modificare nella storia della cultura, però con tempi che sono molto più lunghi. Quando sottolineavo, come noi siamo ancora debitori della rivoluzione culturale che c’è stata nell’età del neolitico, insomma,-è più importante quello, che quello che ha fatto Napoleone-. Se invece guardiamo ai fenomeni più superficialmente come spessore di tempo ….ho qui un’osservazione di Eliade, per esempio, in cui dice: “anche nella civiltà più tecnologica c’è qualcosa che non può mutare, che c’è il giorno e la notte l’inverno e l’estate. Anche in una città senza alberi c’è il cielo con gli astri ed è sempre possibile vedere le stelle e la luna. Fintanto che ci sarà il giorno e la notte, l’inverno e l’estate, credo che l’uomo non potrà essere cambiato. La nostra condizione umana noi la assumiamo a partire da questa condizione fondamentale, e questo uomo fondamentale lo si può definire religioso, quali che siano le apparenze, perché si tratta del significato della vita”.

Certamente lo sviluppo industriale ecc. ecc., può avere il suo effetto e, io non sono lontano dal pensare che l’attuale rivoluzione tecnico-scientifica, sia sul versante delle tecnologie biomediche, sia su quelle della comunicazione, possa portare a dei cambiamenti. Noi stiamo vivendo di nuovo uno di questi periodi assiali, dei periodi di svolta che giustamente non comprendiamo, perché il presente si comprende alla luce del futuro e quindi ci potranno essere cambiamenti radicali diciamo, però ancora oggi, come dice Eliade, “c’è il giorno e la notte, ci sono i cicli delle stagioni e, quindi per quanti sconvolgimenti possa aver portato l’industrializzazione, il capitalismo ecc. ecc. siamo con questo autorizzati a dire che scompare qualcuna di queste strutture fondamentali della vita e della sua organizzazione culturale?”.

Io penso di no, dipende dallo spessore di tempo che noi vogliamo esaminare perché se no basta riferirsi sempre all’ultimo governo, e invece bisogna guardare alla storia di lungo periodo; il rapporto padri-figli il rapporto dell’uomo con la morte, non si può scandire con i piccoli mutamenti politici, storici ecc. Quindi dipende che cosa, che zoom vogliamo fare sulla realtà. Comunque, per andare abbastanza rapidamente alla fine, avrei voluto parlarvi un po’ dell’albero e della sua presenza -ricordate quei versi di Ungaretti? –“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Questa presenza, oppure, queste immagini di anatomia fantastica in cui il corpo viene sezionato, qui c’è il corpo di una donna [mostra una foto] che diventa un fiore con dentro il feto ecc. Nella tradizione giudaico cristiana si parla dell’albero di Yesse. Yesse era il padre di Davide, siccome Isaia spunterà un germoglio dall’albero di Yesse ecc. -poi c’è l’identificazione albero e croce-. Quindi nell’iconografia troviamo molte volte la croce con le radici che vanno nel corpo di Yesse per sottolineare questa discendenza di Gesù dal corpo di Davide e quindi di Yesse … tante cose si potrebbero dire.

Il libro di Eliade si conclude con questa constatazione diciamo di questa secolarizzazione, e desacralizzazione di un po’ di tutta la nostra vita del mondo moderno. Questo libro mi pare del ‘57, quindi già tante cose sono cambiate, se guardiamo a una scala di tempo più limitata, comunque per quello che si riferisce alle osservazioni che fa Eliade, il sacro si è occultato, non è sparito, si è occultato nella nostra cultura e allora il compito dello storico delle religioni, dello studioso di religioni, è un compito di far riemergere questo sacro nascosto. Quel passo che vi leggevo all’inizio di Eliade che vede lo studio delle religioni come un lavoro di elevazione spirituale non soltanto un lavoro di eruditi, quest’opera di far riemergere, di riportare alla luce una serie di elementi che sono un sacro degradato, e allora, diventa interessante per esempio leggere con l’occhio dello storico delle religioni, cioè con un occhio avvertito e capace di leggere in questi fenomeni storici che stiamo attraversando, come ci sia stata per esempio nel ‘900 una presenza di religioni politiche. Molte realizzazioni che si sono avute nel ‘900 sono state delle forme, secondo questa lettura di Eliade, delle forme di sacro mascherato. Noi non abbiamo soltanto avuto la politicizzazione della religione ma, una sacralizzazione della politica, l’esempio più perfetto di questa sacralizzazione della politica, è quello rappresentato dall’Unione Sovietica, in cui noi troviamo tutti gli elementi di una religione, ed è qui un grande paradosso, perché era il regime che si voleva più ateo, non soltanto laico, ma addirittura ateo e in cui invece abbiamo tutti gli elementi di una religione. Abbiamo il mito di fondazione; la rivoluzione d’ottobre, l’eroe fondatore, il culto delle reliquie; i corpi di Lenin e Stalin mummificati, il calendario festivo con tutti i riti le ricorrenze ecc., il popolo eletto il proletariato, il messianismo, questa fine della storia che porterà, le sacre scritture le opere di Marx, Lenin, Stalin ecc. cioè abbiamo una possibilità di vedere un esempio perfetto di un sacro mascherato in cui sembra sia stato proprio cancellato tutto di quello che era la religione, in realtà c’è stata una sacralizzazione della politica. Però Eliade ci avverte su questo. La differenza che Eliade sottolinea è che: “fintantoché il simbolo dell’albero non avrà risvegliato la coscienza totale dell’uomo rendendola aperta all’universo, non si potrà dire che esso abbia adempiuto completamente alla sua funzione, non ha salvato che in parte l’uomo dalla sua situazione individuale, permettendogli per esempio di integrare una crisi dal profondo, ridandogli l’equilibrio psichico temporaneamente minacciato ma non lo ha ancora elevato alla spiritualità non è ancora riuscito a rivelargli una struttura del reale”. Ecco dove fanno difetto, diciamo, queste esperienze sacro mascherato ecc. nel fatto che non riescono a essere effettivamente dei contatti, o riuscire a dare un vissuto di totalmente altro così come hanno tradizionalmente fatto le religioni, e quindi sono delle pseudo religioni, altrimenti avrebbero risolto il problema di che cosa è la religione nel mondo contemporaneo mentre, essendo prive di quella capacità di spostare l’attenzione dell’uomo verso il mondo, dice Eliade, elevato alla spiritualità, non permettono di rivelargli le strutture del reale quindi sono delle contraffazioni. Allora il lavoro che Eliade si proponeva e altri si propongono, è proprio quest’opera di riportare alla luce quello che si è inabissato nell’inconscio. Con il peccato originale, l’uomo ha perso la capacità di stare con Dio, di vedere Dio ecc. però ne ha conservato la capacità di vederne le tracce. Con il mondo moderno l’uomo ha fatto un’ulteriore caduta per così dire, quindi il sacro è andato nell’inconscio dalla coscienza sia pure separata dalla coscienza di Adamo separato, qui si è avuta la caduta ulteriore nell’inconscio. Il lavoro dello scienziato delle religioni è quello di cercare di riportare il sacro dall’inconscio alla coscienza. Io avrei altre cose da dirvi ma mi fermo qui e se avete qualche osservazione, commento ecc. possiamo adoperare questi ultimi minuti

 [Domanda dal pubblico:] Ieri non c’ero, volevo sapere riguardo al tempo sacro, se lui cerca di definirlo in contrapposizione a quello che è il tempo ordinario, perché mi veniva in mente la fenomenologia di Bergson, alla distinzione che fa tra il tempo interno e il tempo ordinario.

 

[Risposta:] Qui ci sono tante pagine di Eliade su questo aspetto, non so come posso rispondere alla tua domanda. Sul legame con Bergson non saprei adesso se c’è un riferimento specifico, però c’è tutto l’esame che lui fa nei libri di storia delle religioni. Noi troviamo lo studio del calendario festivo, sembra una cosa quasi banale e invece, tutto il discorso di come il sacro sospende il tempo ordinario e irrompe questo tempo. E’ il tempo del paradiso in cui l’uomo vive insieme a Dio, in dialogo con Dio, non c’è la frattura… Se il totalmente Altro è questo Assoluto in cui non ci sono più le divisioni, non ci sono mai state le divisioni, l’uomo cerca di tornare a questa situazione di abolizione delle separazioni. La sofferenza viene dalla separazione no? E allora tornare a quel tempo mitico, questo può essere inteso come dire, cronologicamente come se fosse ieri, oppure se è un tempo che può essere riattualizzato costantemente. Se ci sediamo i meditazione possiamo forse fare qualche cosa che ci riporta a una diversa modalità, o la preghiera ecc. comunque come archetipo, Eliade anche usa questa espressione di “nostalgia del paradiso”. Possiamo psicologicamente intenderlo come nostalgia, come un ritorno a un tempo mitico delle origini, che tra l’altro è il titolo di un’altro libro di Eliade.

 [Altro intervento:] Se può ritornare sul concetto di sacralizzazione della natura. Se Eliade prende in considerazione il rapporto tra l’animismo e il naturismo

 [Risposta:] Eliade parla anche di un certo naturismo contemporaneo come forme di nuova religione. Oggi c’è un’ecologismo neoromantico e anche un’esaltazione del nudo, di cui anche Eliade fa qualche cenno come una ripresa di questi termini di rapporto con le religioni che hanno sacralizzato la natura. Di esempi ce ne sono tantissimi come il tema donna-terra, la maternità ecc. il tema della Magna Mater.

Quello che invece volevo sottolineare…..

Uno dei rappresentanti della scuola antagonista, Brelich, ottima persona, studioso, docente anche lui, successe nella cattedra di Storia delle Religioni a Pettazzoni sempre qui all’università di Roma, La Sapienza, in questo libro intitolato “Il Cammino dell’Umanità” di cui raccomanderei la lettura, fa anche lui delle osservazioni interessanti, dice a proposito della sopravvivenza nel mondo moderno della religione: “se la preistoria e la tecnologia non sono riuscite a mostrarci alcuna società umana priva di religione, la storia dei tempi moderni invece ne mostra e forse non sarebbe necessario citare l’esempio esplicito, della Russia sovietica, esempio che tuttavia basta da solo a dimostrare che una società senza religione è possibile”. Se guardiamo, invece, con gli occhi di Eliade diciamo che è soltanto una “religione mascherata”. Ma con un po’ di coraggio morale si potrebbe citare in genere tutti i paesi occidentali in cui la religione può essere prudentemente attaccamento alle tradizioni, può essere gioco intellettuale, può essere inerzia abitudinaria e può essere anche una autentica sopravvivenza nella coscienza delle masse arretrate, ma non è religione, e allora, si domanda Brelich, “resta naturalmente da domandarsi se la situazione attuale, implichi una risposta definitiva alla questione dell’avvenire della religione. Stando alla linea di sviluppo ora illustrata, verrebbe spontaneo pensare che la religione, una delle manifestazioni più antiche dello spirito umano, sia irrevocabilmente superata e non è affatto impossibile che una forma in cui l’essere umano si è espresso anche attraverso in un immenso periodo di tempo, scompaia quasi senza traccia come non è impossibile che forme nuove quasi non preannunciate si costituisca in una determinata fase dell’evoluzione della coscienza”. Quindi, agli occhi di uno storicista influenzato dalla ideologia marxista è possibile che sia cancellata la religione, già con l’esempio appunto della società sovietica in cui esplicitamente la religione era cancellata, ma poi dice, “tutta la secolarizzazione occidentale ci mostra che in fondo si va verso..”. A allora per quanto questo studioso di storia delle religioni possa essere attaccato al suo oggetto di studio, che mostra appunto come questa manifestazione si è per millenni presentata nella vita umana, però dice, “può essere cancellata”. Per Brelich la religione può scomparire tranquillamente come una forma sociale superata, mentre per Eliade è nascosto questo sacro e va riportato alla luce. Mi pare che si coglie bene qui la differenza tra questi due orientamenti

 [Intervento del Prof. Colafato:] E’ una considerazione e una domanda… C’è un monastero Buddista qui vicino Roma che si chiama monastero di Santacittarama, l’Abate di questo monastero è un inglese, alto alto, che pesa circa 40 kg. E’ alto 2,10 e si chiama Ajahn Chandapalo. Battuta: è proprio un palo, unisce il cielo e la terra, però è molto con i piedi per terra perché è un seguace della tradizione Theralada e io gli ho detto:vorresti venire a fare una lezione sul sacro? lui mi ha guardato così…sul sacro?.. ma che cosa è, qualcosa “là fuori?”. Mi è piaciuta molto la risposta.

Mi è venuto in mente, ho l’impressione da profano, non da sacro, che in Eliade c’è una forte tendenza a porre le cose “là fuori” che va benissimo, se uno vuole studiare, deve studiare anche le cose “là fuori”. Però arriva un punto nel quale io sento il bisogno sia come studioso, sia come non studioso, di capire dove finiscono le cose “là fuori” e dove cominciano le cose “qua dentro”. Ad esempio, quando lui dice che il compito è quello di far riemergere, riportare alla luce il sacro degradato, mi è venuta in mente un’immagine: il Messico è un posto nel quale il sacro degradato pullula dappertutto, sono stato colpito da una cosa   C’è stato un generale messicano che si chiamava Obregon il quale ha sconfitto Pancho Villa. Nel corso di questa battaglia avrebbe perduto un braccio, cioè glielo hanno amputato. I suoi seguaci hanno preso questo braccio amputato lo hanno messo in una teca sotto formalina e oggi ci sono le processioni al braccio di Obregon. Questa cosa per me è molto divertente come turista del sacro, non m’interessa affatto come ricercatore del sacro. Rispetto ad una cosa del genere, faccio mia l’espressione: “ma è una cosa là fuori”? sì, e mi fa abbastanza schifo. Può divertire andare a cercare qui e là queste cose, però non credo che il destino dell’uomo, anche a livelli più elementari, la ricerca dell’interiorità passi attraverso curiosità di questo genere.”

 [Relatore:] Noi, siccome non siamo legati ad una visione del sacro come trascendenza, siamo un po’ sospettosi di fronte a queste descrizioni, se avessimo un orientamento diverso ti faresti la domanda che hai fatto? -Risposta: no, forse no-. Allora qui si coglie un’appartenenza, siccome ci siamo già dati una risposta allora siamo insofferenti sia delle reliquie di Lenin, sia delle reliquie del braccio, ed altre cose. Per quello che riguarda Eliade, diciamo che metodologicamente, e in questi testi c’è un po’ la sottolineatura, però ci sono tanti altri aspetti in cui lui diceva la sacralizzazione della natura ecc. Eliade sottolinea anche questi aspetti del recupero del sacro nella nostra vita, lui vuole sottolineare proprio questo che noi moderni lo abbiamo perso. Quel discorso che vale per le tradizioni trascendentistiche non si può riferire alle tradizioni invece immanentische. Quindi ha ben presente questa diversa modalità.

Dice, sempre nel Trattato: “La trascendenza di tutti gli attributi è realizzabile per l’uomo in ogni sorta di modi” e qui fa degli esempi. “Così l’orgia rappresenta il livello più elementare della vita religiosa. Non simboleggia forse la regressione nell’amorfo e nell’indistinto riacquistando uno stato nel quale tutti gli attributi si aboliscono e i contrari coincidono? Ma ecco d’altra parte, che lo stesso insegnamento si decifra nell’idea del saggio e dell’asceta orientale. Egli con le sue tecniche e i suoi metodi contemplativi mira a trascendere radicalmente tutte le qualità quale che sia la loro natura. L’asceta, il saggio il mistico indiano o cinese si sforza di sopprimere dalla sua esperienza e dalla sua coscienza gli estremi di ogni genere, di raggiungere cioè uno stato di neutralità e di indifferenza perfette, farsi impermeabile al piacere e dolore. Questo superamento degli estremi mediante l’ascesi e la contemplazione termina anch’esso nella coincidenza dei contrari. La coscienza di un tal uomo non conosce più conflitti e le coppie di contrari, piacere dolore, desiderio repulsione, freddo e caldo, piacevole e sgradevole sono scomparse dalla sua esperienza. Contemporaneamente una totalizzazione avviene in lui, che corrisponde alla totalizzazione degli estremi in seno alla divinità. D'altronde nella prospettiva orientale la perfezione non è concepibile senza una effettiva totalizzazione dei contrari, il neofita comincia tentando di cosmizzare tutta la sua esperienza assimilandola ai ritmi che dominano l’universo. Ma una volta ottenuta questa cosmizzazione volge tutto il suo sforzo a unificare il sole e la luna, cioè ad assumere il cosmo tutto intero ecc.” Mi sembra che ha ben presente che il sacro può essere vissuto in maniere diverse.

  Inviato da Simo - Associazione Italiana Ramana Maharshi

 


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Aggiornato il: 14 giugno 2005