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"Sul neti-neti"
Tra i possibili cammini in ambito tradizionale l'advaita ne propone uno, il neti-neti. Letteralmente significa non questo-non questo.
>Si', ma non questo-non questo cosa ?
L'ambito d'applicazione e' la realta' (o presunta tale), quindi tutto cio' che e' percepibile dal soggetto, dall'aspirante in questione. In quell'ambito l'aspirante, operando a mezzo della discriminazione viene portato all'atto stesso di riconoscere cio' che non e' reale, per l'appunto all'affermare "non e' questo".
>Discriminare cio' che non e' reale ?
Discriminare vuol dire osservare un'evento, un fenomeno e valutarne la realta'. Reale e' cio' che e' costante; la' dove si puo' cogliere il movimento, il mutamento, il divenire, la' non e' la costante, cio' non e' reale.
>Per esempio ?
Una nuvola non e' reale, appare, si modifica e poi scompare. Non e' costante, non e' reale.
>E un sasso, un pianeta, una galassia ?
Cambiano i tempi, ma anche loro mutano, divengono...non sono costanti, non sono la realta'.
>Ok, tutto scorre, panta rei, il divenire e' un "marasma" in perenne movimento, quindi a cosa mai >posso applicare la discriminazione, se gia' in partenza tutto cio' che percepisco e' movimento ?
Tutto scorre per chi ? Gia' questa affermazione presuppone una costante da cui si osserva lo scorrere, ma non saltiamo a conclusioni affrettate e torniamo al nostro aspirante iniziale. Allora una volta capito il senso dei termini discriminare, costante, realta' etc, l'aspirante e' li' solo davanti al creato, a quel marasma di mondo. Una prima e significativa discriminazione e' decidere a cosa di tutto questo marasma che lo circonda applicare la sua lama della discriminazione.
Osservare tutti i giorni le nuvole del cielo solo a riconoscere che ciascuna di loro non e' reale troverebbe ben poco senso. Quindi l'aspirante si trova a dover dare una priorita' applicativa alla discriminazione stessa. Cioe' l'aspirante deve innanzi tutto indagare quali nelle sue percezioni gode di maggior (apparente) costanza-realta', e andarla a verificare, tralasciando cio' che gia' per sua evidenza non lo e'.
Quindi il passo iniziale, la prima discriminazione, e' una questione di mira, di scelta su cosa applicare la discriminazione stessa. L'aspirante si guarda attorno e non trova nulla che non puo' essere modificato, quindi mutevole; giocoforza volge allora lo sguardo dentro.
All'interno si rende conto che parimenti molte cose sono mutevoli, sentimenti, emozioni, pensieri, ma poi addiviene ad un muro che pare stare li' da sempre, il dolore.
Quello, il dolore, e' un'oggetto interessante, durevole, ha radici profonde che paiono perdersi nell'anima. E' sempre stato li' a fargli compagnia, almeno da che' si ricorda e questo basta e avanza a renderlo sufficientemente costante quindi degno di discriminazione.
>Ma il dolore e' un evento, un fenomeno, un'oggetto discriminabile ?
Di certo lo percepisco, ma cio' che lo rende piu' appetibile, inquanto a realta', di altri fenomeni, e' la facilita' con cui vi aderisco, soffrendo. In fondo il mio parametro di realta' viene dato unicamente dal grado di adesione-aderenza al fenomeno. Piu' aderisco al fenomeno, qualunque esso sia, piu' il fenomeno e' reale ai miei occhi.
Dell'albero che ho davanti alla finestra non me ne frega niente, non vi e' aderenza, a che pro filosofare sulla realta' albero quando non ho che da scendere giu' in strada, tagliarlo e bruciarlo a dimostrarne, se mai fosse necessario, la mutevolezza e quindi la non realta' ?
Quindi se devo filosofare, o meglio discriminare, lo vado a fare su cio' a cui maggiormente aderisco e che quindi per me e' piu' reale, il dolore.
>Aspetta un momento, non comprendo. Torniamo a cosa e' reale. Prima si e' detto che reale e' cio' che >e' costante, ora entra in ballo l'aderenza al fenomeno quale principio di realta' (apparente). Insomma >come si conciliano e\o integrano le due cose ?
Ok, allora prendiamo il dolore. Il dolore e' un fenomeno, e per tanto percepibile come qualsiasi fenomeno. Cosa trasforma il dolore in sofferenza ? L'aderenza alla stesso.
>Cioe' mi stai dicendo che il dolore in se' non trova soluzione, e che l'unica soluzione fattibile e' risolvere >la sofferenza ovvero non aderire al dolore ? Cioe' come a dire che la corda e' il dolore e la sofferenza il >serpente; il momento che risolvi il serpente, che non vi e' piu' adesione, questo scompare e resta >la corda-dolore nuda e cruda ?
Il dolore, il fenomeno, maya e' e non e'.....
Non cominciamo con i "si dice" ! Cosa accidenti c'entra maya adesso ?
Ok lasciamo stare maya, torniamo alla costante ed al movimento. Il movimento presuppone la costante, cosi' come il serpente presuppone la corda. Cosa e' che ti fa vedere il serpente al posto della corda ? L'aderenza al movimento, l'aderenza al fenomeno, l'aderenza al dolore...
>Quindi il serpente e' il dolore ? E la sofferenza dove e' finita ?
La sofferenza e' la paura che ne provi a vederlo. Il serpente e' un semplice fenomeno, al pari di mille altri che potresti vedere, ed un fenomeno in se' non e' null'altro che semplice movimento sovrapposto alla costante. Cioe' a dire che se il dolore lo percepisci questo non implica necessariamente che tu ne debba soffrire.
Il problema non sta nel fenomeno, ma nell'aderire al fenomeno.
> Bel discorsetto del cavolo, i soliti svolazzamenti, ma visto che io aderisco al dolore soffrendo come posso >fare per non aderire e quindi non soffrire ?
La discriminazione in questo caso deve essere applicata all'aderenza stessa. Cioe' devi andare a vedere dove tale aderenza e' sorta, cioe' devi andare a vedere in che moneta tale aderenza ti ha pagato per sussistere.
>In che moneta mi ha pagato ? Cioe' ?
Per paradossale che possa sembrare l'aderenza paga, in qualche modo in qualche maniera paga sempre. Cosi' come il fenomeno dolore non puo' esistere senza la sua controparte di piacere, cosi' le rispettive aderenze non entrerebbero in essere senza la loro relativa controparte. E non sto parlando in tempi diversi, ma nello stesso medesimo istante. Aderisci alla paura del serpente perche' questo ti paga nell'evitarti un morso e quindi nello continuare a stare in salute. Se aderisci ad un dolore soffrendo, questo ti paga subito con una qualche salvezza-benessere.
>Come, come, come ? Cosa stai dicendo ? Io soffro e questo paga ?????
Sì, sto dicendo che non puoi risolvere l'aderenza ad un dolore senza risolvere parimenti l'aderenza al tornaconto che ne hai ricevuto. Non risolvi l'uno senza risolvere l'altro. Sono le due facce dell'aderenza; l'aderenza e' una, ma tu ne vedi solo una faccia, quella della sofferenza, l'altra resta nascosta, ma c'e', eccome se c'e' !
Marco - ML AV
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